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Il paradiso americano e il purgatorio europeo

Pierluigi Gerbino
 

L’inizio di una nuova settimana, sul fronte della battaglia al coronavirus, non ha portato molte novità. La ripresa dell’attività produttiva in Cina, secondo quanto è stato comunicato, è avvenuta molto lentamente ed a macchia di leopardo. La maggior parte delle industrie nelle 7 province cinesi più colpite dall’epidemia, che già avevano prolungato, a scopo precauzionale, le ferie dei dipendenti, hanno ulteriormente posticipato la riapertura almeno di un’altra settimana. La Cina continua lo sforzo per arginare il contagio, in attesa che il picco epidemico venga raggiunto. Gli scienziati parlano di fine mese o inizio marzo. Intanto l’isolamento del paese dal resto del mondo è pressoché totale. Verrà allentato solo quando si constaterà un significativo rallentamento delle nuove infezioni. Il numero dei contagiati al momento ha già ampiamente superato i 40.000 casi ufficiali, mentre i decessi stanno per raggiungere quota 1.000. 

Si aggrava perciò, oltre al bollettino di guerra, anche la stima provvisoria dei danni economici sul trimestre in corso, mentre ieri abbiamo avuto anche la constatazione degli effetti che la frenata produttiva avrà sull’inflazione cinese, che a gennaio si è impennata di quasi un punto percentuale, salendo dal 4,5% di dicembre al 5,4% di gennaio.

La banca centrale cinese ha comunque comunicato un’altra corposa iniezione di liquidità e questo ha tranquillizzato la borsa di Shanghai, che continua lentamente, ma costantemente, a recuperare il molto terreno perduto con il tonfo di lunedì 3 febbraio. Segnalo che dopo la terribile botta da -8% di quel giorno, si sono viste 5 sedute di rialzo consecutive e tutto lascia pensare che la chiusura odierna porterà il conteggio a 6. Mancano ormai meno di 2 punti percentuali di rialzo per chiudere il gap ribassista di quel giorno, mentre oltre 6 sono già stati recuperati.

Il cauto ottimismo cinese è ovviamente esaltato in USA, dove il virus viene percepito come una semplice e momentanea seccatura, in grado di fermare l’entusiasmo rialzista per un paio di settimane, ma nulla più. Ci sono ben altre cose da guardare, e tutte piacevoli per i mercati. Innanzitutto la stagione delle trimestrali, che sta avviandosi alle battute finali con un risultato che ha ancora una volta battuto le attese negative degli analisti e quasi azzerato il calo degli utili del 4° trimestre, mentre per il settore tecnologico, che nella percezione di molti americani è l’unico che interessa, in media gli utili sono addirittura cresciuti oltre il +4%, contro le attese di modesto calo.  

In secondo luogo l’ascesa dei consensi per Donald Trump, grande amico della speculazione rialzista, da cui trae profitti elettorali e probabilmente non solo. Dopo aver risolto l’impeachment velocemente, sta preparando il pubblico ad una campagna elettorale sfavillante, con colpi di teatro che gli investitori stanno già pregustando. Tra questi si fantastica di un taglio alle tasse per la middle class, che gli consentirebbe di tagliare l’erba sotto i piedi all’avversario democratico, specialmente se dovesse essere Bernie Sanders. Intanto il battage mediatico sul caso Ucraina-gate, paradossalmente, invece di danneggiare il Presidente con l’impeachment, pare avergli regalato proprio quanto egli desiderava, cioè deturpare l’immagine di Joe Biden, la presunta parte lesa dalle manovre di Trump, che sembra ora mestamente sulla via del ritiro dalla corsa delle primarie dem. 

La terza fonte di felicità per i mercati è la solidità dell’economia USA, fotografata venerdì scorso dalla creazione di oltre 250.000 nuove buste paga di un mercato del lavoro che non flette ancora.

E poi ci sono le fantasie sul futuro: se i cinesi risolveranno presto la seccatura del virus, già a Wall Street si sogna una ripresa impetuosa degli utili societari nel 2020, che farà dimenticare il calo del 2019.

Non stupisce pertanto che SP500 (+0,73%) e soprattutto Nasdaq100 (+1,23%) abbiamo segnato l’ennesimo record storico, come se nel flusso quotidiano delle notizie ci fossero solo quelle positive.

Restano le divergenze ribassiste sui grafici, ad avvisarci che questo strappo potrebbe essere effimero, così come il fatto che alla salita dell’azionario non si unisce per ora né il recupero del prezzo del petrolio, né quello dei rendimenti obbligazionari.

Se vogliamo, un’altra fonte di perplessità deriva dal comportamento dei mercati europei, che ieri non si sono uniti all’entusiasmo americano. Dopo una mattinata debole, la buona forma degli indici USA ha aiutato solo a contenere le perdite (Eurostoxx50 e Dax entrambi a -0,15%). Leggermente meglio ha fatto il nostro Ftse-Mib (+0,12%). Sono performance che confermano la debolezza dell’azionario europeo rispetto a quello americano.

Del resto negli ultimi giorni non sono mancati i segnali d’allarme produttivo per il vecchio continente. Venerdì abbiamo visto il crollo della produzione industriale tedesca (-3,5% a dicembre, contro attese di -0,2%) e ieri di quella italiana  con un drammatico -4,3% a dicembre, e l’accelerazione della caduta rispetto al dato dell’intero 2019 (-1,3%, il peggiore degli ultimi 6 anni). Si spiana così la via verso la recessione, ormai certa in Italia e sempre più probabile in Europa, specie se osserviamo che il dato non contiene ancora nessuno degli effetti del terremoto produttivo che provocherà il coronavirus sui dati del trimestre in corso.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online