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La parola giusta al momento giusto

Pierluigi Gerbino
 

La giornata di ieri si è chiusa in negativo sui mercati europei, impegnati ad allinearsi al comportamento lievemente correttivo degli indici USA, che questa settimana debbono smaltire un eccesso rialzista accumulatosi sui principali indici dopo l’ultimo superamento dei massimi storici. Anche Wall Street sembrava intenzionata a proseguire la correzione, avendo iniziato in sordina la seduta e mostrato di non riuscire ad apprezzare le trimestrali arrivate finora. A parte qualche evidente flop (Netflix), in prevalenza gli ancora pochi risultati societari finora comunicati sono stati migliori delle attese. Però il mercato si è mostrato piuttosto pignolo, non accontentandosi del dato aggregato. Sono state penalizzate anche le sfumature grigie, come quelle che generalmente hanno presentato i bancari. I titoli di questo settore hanno generalmente battuto le stime di profitto, ma tutti hanno segnalato un deterioramento  del margine di interesse, che è la differenza tra quel che pagano per raccogliere denaro sui depositi e conti correnti della clientela (in USA poco più di zero, in Europa zero) e quanto incassano sul denaro prestato all’economia. Questo margine, per una normale banca commerciale, è il polmone del suo bilancio, che fornisce il grosso dell’ossigeno al profitto. Il ribaltamento della politica monetaria della FED, che per ora è stato solo annunciato, ha già ridotto i tassi praticati su mutui e finanziamenti, assottigliando così il margine di interesse e costringendo le banche a puntare su attività meno “ortodosse” (servizi di vario genere, commissioni su pagamenti elettronici, trading sui mercati). Dato che il vero e proprio taglio dei tassi da parte della FED partirà solo a fine luglio, e dato che il mercato al momento sconta una serie di tagli, gli investitori hanno cominciato a preoccuparsi abbastanza per le sorti del margine di interesse nei futuri trimestri, e hanno in prevalenza venduto i bancari americani, e, per empatia, anche quelli europei.

Sarà per questi motivi, sarà perché si doveva smaltire l’eccesso rialzista, sta di fatto che SP500, dopo un’apertura in ribasso, ha continuato a scendere per realizzare il minimo di giornata proprio a ridosso dell’orario di chiusura dei mercati europei, che sono così stati trascinati a rimangiarsi il timido tentativo di rimbalzo che avevano abbozzato ad inizio settimana. Tra questi, oltre ad Eurostoxx50 (-0,54%), segnalo come nota dolente il tedesco Dax (-0,92%), che ha dato un segnale di inversione ribassista di breve periodo ed ha fermato per ora la discesa sul supporto di area 12.200.

La nota positiva, ancora una volta, è venuta dal nostro Ftse-Mib, l’unico indice europeo che ieri è riuscito a non perdere (+0,05%), mantenendosi al di sopra dei 22.000 punti, il livello psicologico superato in questo mese e che ora fa da supporto al trend ancora rialzista del nostro indice.

E’ il calo dei rendimenti a fornire gran parte della forza al nostro azionario. Ieri il BTP decennale è arrivato a toccare il livello di rendimento di 1,50%, valori del lontano ottobre 2016, mentre lo spread BTP-Bund ha lambito i 182 punti base. 

Ne hanno beneficiato le banche, ma questa volta soprattutto le utility, che con le loro cedole abbastanza costanti fanno concorrenza alle obbligazioni quando i rendimenti si abbassano molto.

Un calo dei rendimenti che pare inossidabile perfino alle fibrillazioni governative, dove volano gli stracci tra gli alleati-per-caso e la tensione tra Salvini e Di Maio-Conte sembra aver raggiunto livelli record, anche se la finestra utile per andare ad elezioni in autunno sembra essere ormai diventata un angusto spiraglio. La strana coppia sembra perciò destinata a continuare a litigare fino a fine anno e ci dovremo rassegnare a questo strano legame, litigarello ma indissolubile, che ormai, dopo le performance europee di Conte, pare  diventato un “ménage à trois”, o, meglio, mi si permetta il gioco di parole, un “ménage à Tria”, dato che sulla manovra autunnale il Ministro dell’Economia si inserirà da par suo.

Tornando alla seduta di ieri, archiviata una mesta (Italia a parte) candela ribassista europea, ecco che Wall Street, dopo aver toccato il minimo di SP500 a quota 2.973, a soli 10 punti dal supporto indicato ieri e 4 dalla media mobile a 20 sedute, si è stabilizzata ed alle 20 ha espresso un minirally sulle parole del numero 3 della FED John Williams, che è intervenuto per spiegare che in un mondo di tassi eccezionalmente bassi le banche centrali debbono agire con tempestività e decisione.

La frase è eccezionalmente banale, ma il mercato vi ha letto un messaggio subliminale per annunciare che forse il taglio dei tassi potrebbe essere di mezzo punto percentuale. A queste parole, giuste al momento giusto, è scattato lo shopping su Treasury, Oro ed azionario, che ha riportato in positivo SP500 e generato un segnale di rimbalzo che oggi vedremo quanta benzina avrà. 

Potrebbe anche bastare ad innescare le polveri per la ripresa del rialzo, dato che a borse chiuse è arrivata anche una esplosiva trimestrale di Microsoft, che ha presentato utili e ricavi record, grazie al business del cloud.

Stamane in Asia è stato l’indice Nikkei a suonare la carica con un rialzo di +2%, ed anche in Cina si è tornati a comprare qualcosa, anche se l’entusiasmo è minore.

Il Europa il rimbalzo iniziale degli indici è scontato. Occorrerà verificare se avrà la forza di annullare la negatività di ieri.

In questi giorni i mercati europei hanno la testa dura e l’umore pessimo.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online