Partita Iva: come aprirla e quanto costa

In Italia sono un vero e proprio esercito. Quello delle partite Iva arriva quasi a nove milioni di contribuenti e - accantonate quelle inattive che si aggirano attorno ai quattro milioni - ne rimangono 4milioni e 953mila. Liberi professionisti, commercianti, artigiani ma anche archeologi, bibliotecari, interpreti, fumettisti, redattori editoriali. In tempo di crisi, poi, aumenta il numero di chi prova o decide di mettersi in proprio perché rimasto senza lavoro. Ma come si fa ad aprire una partita Iva?

Per semplificare le cose, i lavoratori autonomi possono essere divisi in due gruppi: i liberi professionisti da un parte e i commercianti o artigiani dall’altra. In qualsiasi caso, la prima cosa da fare è aprire una partita Iva. Un libero professionista è un lavoratore che, attraverso percorsi di studio (laurea, master, corsi formativi), ha acquisito una professionalità specifica. Alcune categorie, inoltre, prevedono l’iscrizione in specifici Albi professionali (consulenti del Lavoro, Dottori commercialisti, avvocati), acquisendo così lo status di “professionista protetto”. Il libero professionista che intende esercitare la propria professione, entro 30 giorni dall’inizio dell’attività deve: presentare all’Agenzia delle Entrate competente per provincia la richiesta di attribuzione del numero di partita Iva; iscriversi alla gestione separata dell’Inps, oppure deve fare riferimento alla Cassa previdenziale del proprio Ordine professionale (come nel caso dei consulenti del lavoro e dei commercialisti); aprire una posizione Inail solo nel caso ci siano dei dipendenti.

Nella pratica, per attivare la partita Iva occorrerà scaricare, compilare e consegnare all’Agenzia delle Entrate il modello preposto, insieme al codice Atecofin corrispondente alla propria professione e il regime fiscale applicato (ordinario o agevolato). In alternativa si può affidare la pratica ad un commercialista, ovviamente dietro compenso. Eccezion fatta per il costo del commercialista, l’apertura della partita Iva è un’operazione completamente gratuita. Rimane da verificare, nei prossimi mesi, quale impatto avrà la lotta del governo alle “finte partita Iva”, ossia rapporti di lavoro subordinato, camuffati da collaborazioni professionali per pagare meno tasse. Con la riforma del Lavoro, infatti, collaborazioni professionali che si protraggono per più di 6 mesi con la stessa azienda prevedono l’obbligo di un contratto di lavoro subordinato. Per quanto riguarda, invece, gli oneri previdenziali, tutto dipende dall’esistenza o meno di una Cassa previdenziale specifica. Il professionista è assoggettato alla contribuzione prevista dalla Cassa del suo Ordine (che solitamente è pari al 2% dell’importo indicato in parcella addebitato al cliente più una percentuale da applicare al reddito netto). Nell’altra ipotesi, invece, la contribuzione previdenziale prevista della gestione separata Inps equivale all’aliquota del 2012 pari al 27,72% fino al massimale di 93mila e 622 euro. Il terzo scenario prevede che il professionista svolga sia lavoro autonomo sia dipendente. Allora si dovrà versare il 18% del reddito prodotto come lavoro autonomo, ma con la possibilità di addebitare al cliente in fattura il 4% del contributo Inps.

Ovviamente ci sono gli obblighi fiscali da rispettare. Il libero professionista a regime ordinario dovrà liquidare periodicamente l’Iva (con cadenza mensile o trimestrale) da versare entro il 16 del mese o trimestre successivo; pagare l’acconto Iva entro il 27 dicembre di ogni anno; comunicare l’Iva annuale per via telematica; inoltrare la dichiarazione dei redditi tramite il Modello Unico. Per gli artigiani e commercianti le norme di apertura della partita Iva sono le stesse. Inoltre, rispetto ai liberi professionisti, dovranno pensare all’iscrizione alla Camera di Commercio (C.C.I.A.A.) e all’iscrizione Inail che in questo caso sono obbligatorie. Dall’aprile del 2010, però, è possibile usufruire della ComUnica che, con una sola comunicazione cumulativa, permette di avvisare Inps, Agenzia delle Entrate e Inail.

Dal primo gennaio di quest’anno sono variate anche le norme che regolano il regime dei minimi. Con la manovra Finanziaria del 2011, infatti, cambia l’articolo 27, dl n. 98/2011, convertito dalla legge n. 111/2011. Con questa modifica diminuirà il numero di contribuenti che potranno sfruttare l’imposta sostitutiva Irpef del 5% (invece che del 20%). Il nuovo regime fiscale intende promuovere l’imprenditoria giovanile, per favorire le nuove imprese. Il regime dei minimi verrà applicato per 5 anni calcolati a partire dall’inizio dell’attività. Non c’è limite di età. Questo periodo di aliquota fissa al 5% potrà anche superare i cinque anni per i giovani, fino al raggiungimento dei 35 anni d’età del contribuente. Il regime dei minimi si applica alle persone fisiche che intraprendono una nuova attività d’impresa, arte o professione o hanno intrapreso questa attività dopo il 31 dicembre 2007; abbiano ricavi inferiori a 30mila euro all’anno; non abbiano dipendenti, collaboratori o lavoratori a progetto. Chi non potrà più beneficiare del nuovo regime perché fuoriesce dei minimi, può comunque utilizzare un regime contabile semplificato. Sarà, ad esempio, esonerato dagli obblighi di registrazione delle scritture contabili, dalla tenuta dei registri dei beni ammortizzabili, dal pagamento dell’Irap e dalle liquidazioni e dai versamenti periodici dell’Iva. I soggetti in questione sono esenti anche dall’imposta regionale sulle attività produttive. Rimangono, però, a carico del contribuente il pagamento delle addizionali Irpef locali, i versamenti e le liquidazioni annuali dell’Iva e gli studi di settore.