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Partiti tra guerra vera, pace finta e guerriglia sospesa: per ora li salva Draghi

·3 minuto per la lettura

"Sul bollettino militare dove si annotano le non sempre memorabili battaglie politiche in questi giorni si segnalano -nell’ordine- una guerra vera, una pace finta e una guerriglia sospesa.

La guerra vera, una guerra civile, è quella che attraversa il territorio del centrodestra. Prima i sondaggi, con l’altalena di tutti questi mesi tra Salvini e Meloni. Poi la decisione dell’uno di entrare al governo e dell’altra di restarsene all’opposizione. Poi ancora l’attrito sulle candidature dei sindaci. E infine l’esclusione (ingiusta, va detto) di Fratelli d’Italia dal cda della Rai. Così, un colpo dopo l’altro, un dispetto dopo l’altro, la contesa si è fatta quasi definitiva, e i rapporti tra i due leader di destra sono diventati tempestosi.

La pace finta è quella stipulata a Marina di Bibbona tra Conte e Grillo. I due “leader” del M5S avevano attraversato il calor bianco di certi loro dissensi e il gelo della loro incomunicabilità. Di lì in poi, o si dividevano definitivamente o facevano mostra di essere due amiconi accomunati dalla lunga marcia nel deserto. Hanno scelto questa seconda strada, che era per l’appunto obbligata per tutti e due. Con quale spirito, e soprattutto con quanta convinzione, si può facilmente immaginare.

La guerriglia sospesa è quella che ha attanagliato tanto a lungo il Partito democratico, destabilizzando un segretario dopo l’altro e alimentandosi della conflittualità tra le correnti. Fino all’arrivo di Enrico Letta, richiamato da quel di Parigi, e munito di una sorta di carta bianca che gli consente per ora di operare senza troppi condizionamenti. Per ora, appunto. Infatti è evidente che le correnti del Pd non sono scomparse e non si sono sciolte. Sono solo andate in letargo. Hanno evitato di accogliere il nuovo segretario schierando minacciosamente le loro truppe. Ma le truppe sono ancora lì, pronte ad essere mobilitate alla prima occasione (o magari al primo scivolone).

Ognuna di queste dispute si affaccia sul calendario dei prossimi mesi. Offrendo ai duellanti, veri e finti, il ristoro della pausa estiva e subito dopo l’appuntamento con un turno elettorale amministrativo degno di nota. Può darsi che il voto autunnale costringerà le forze politiche a limitare le loro conflittualità intestine. Ma è fin troppo prevedibile che l’indomani i risultati di quel voto daranno altro fuoco alle polveri. Tanto più se si tien conto del fatto che al più tardi nel 2023 si tornerà a votare e che un po’ tutti considerano quella data come un rendez-vous col proprio destino.

Così, ci troveremo ad affrontare i prossimi mesi con una discreta turbolenza. Quella che nasce dal conflitto tra schieramenti opposti che si affacciano sulla nuova legislatura. E quella che nel frattempo scava all’interno dei partiti e delle alleanze una gran quantità di differenze e diffidenze.

In altre condizioni tutti questi intrecci di ostilità avrebbero reso già oggi ingovernabile la legislatura. Il caso vuole che a governarla sia stato chiamato Draghi, sotto l’egida di Mattarella. E che il suo talento e il credito di cui gode per il momento sembrino bastare a raddrizzare le cose. Così, appunto, la legislatura prosegue e il governo si dà da fare. Evitando che le cose precipitino -almeno per ora.

Nella singolare combinazione tra virtù e fortuna che solitamente regola gli affari politici la virtù del premier diventa la fortuna dei partiti. Resta da vedere che uso le forze politiche sapranno fare di questa loro fortuna, e se a Draghi basterà la virtù per governare anche i prossimi passaggi. Due, in particolare: l’elezione del prossimo capo dello Stato e il varo (forse) di una nuova legge elettorale. A quel punto tutto diventerà per forze di cose più vero: le guerre e le paci". (di Marco Follini)

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