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Peggio del 2008

Pierluigi Gerbino
 

Da dove cominciamo oggi? Da qualunque parte si guardi si vedono solo devastazioni.

Ieri abbiamo assistito alla capitolazione di un intero sistema, quello costruito sulla convinzione di onnipotenza del progresso umano, della crescita economica infinita, del domani che sarà sempre meglio di oggi. 

A tratti è sembrato l’annuncio della fine del mondo. Ma il mondo non finirà. Subisce un duro pugno da K.O. quel mondo dell’ingordigia ad oltranza, che ignora i rischi e violenta la natura. Un colpo che oggi viviamo come sventura, ma, come una guerra,  costringerà i sopravvissuti a rimettere in ordine la scala delle priorità della vita e magari li aiuterà ad imparare a vivere meglio su questa terra.

Per descrivere la giornata di ieri dobbiamo partire dalle misure adottate dal nostro governo per un’Italia che è apripista nel tunnel occidentale del coronavirus. Ieri i grandi paesi dell’occidente, che per troppo tempo hanno nascosto la testa sotto la sabbia, e che vedono la loro curva dei contagi assumere sempre più l’aspetto di quella italiana di circa 8 giorni prima, hanno visto la strada che dovranno percorrere anche loro. 

Ad uno ad uno tutti i leader europei di Francia, Germania, Spagna e pure quello inglese, che non è più europeo, hanno smesso di fingere che il virus fosse un problema cinese ed italiano e si preparano, troppo lentamente, accidenti, a seguire la dolorosa via italiana. Hanno a disposizione una sorta di macchina del tempo. Basta che facciano più rapidamente di noi quel che, prima i cinesi e poi noi, siamo stati costretti a fare con passo un po’ incerto nei giorni scorsi. Se lo faranno potranno evitare parte di quello che abbiamo provato e proveremo noi nei prossimi giorni. Sembra ovvio. Eppure tentennano ancora, perdono tempo e in questo modo prolungheranno per tutti la quaresima del contagio. Ma ora non ci sono più scuse. Resta il solo Trump convinto che basti irrorare di soldi gli americani per vaccinarli dal virus. Non sta facendo nulla di serio per fronteggiare l’emergenza sanitaria e lascia i governatori allo sbando nel gestire un’emergenza che diventa anche lì sempre più grave e che ormai ha colpito anche New York.

Abbiamo visto ieri anche i limiti della politica monetaria delle banche centrali, con la penosa dichiarazione di impotenza offerta dalla signora Lagarde, che ci ha mostrato tutta la distanza che la separa dall’autorevolezza di Draghi. E’ candidamente passata dal “Whatever it takes” del suo predecessore, che i mercati sognavano di risentire ieri nella conferenza stampa, al mesto “possiamo fare molto poco”, per poi regalarci anche una clamorosa gaffe: “non è il mio scopo quello di ridurre gli spread”, che ha suonato come un cinico “gli italiani si aggiustino” ed ha obbligato il nostro Presidente Mattarella a diramare una dura ed orgogliosa nota di protesta in cui si pretende dall’Europa solidarietà e non bastoni fra le ruote. 

Certo, forse i mercati si erano illusi troppo, abituati a Draghi, che per tutto il suo mandato, anche quando non ce n’era proprio bisogno, ha continuato a fornire droga monetaria che ha alimentato la speculazione rialzista sulle borse. Oggi, con i tassi ufficiali già a zero e quelli sui depositi presso la BCE già a -0,5%, sperare in un ulteriore taglio è troppo, e forse non sarebbe nemmeno utile, poiché gli effetti collaterali rischiano di superare i benefici. Ma dalla BCE non è arrivato quasi nulla ed i mercati hanno capito che ora debbono aspettarsi un po’ di aiuto solo dalla politica fiscale dei governi, guidati da leader che hanno nascosto la testa sotto la sabbia per settimane. Non è facile aver fiducia.

Una conferma sulle armi monetarie spuntate l’ha data anche la reazione dei mercati all’ulteriore intervento straordinario di Powell in USA, arrivato a metà della seduta americana. La FED ha iniettato 1.500 mld $ di liquidità aggiuntiva, portando il suo bilancio al record di tutti i tempi di 5.700 miliardi. Un diluvio di liquidità per fronteggiare quelli che sono stati definiti nel comunicato ufficiale  “sconvolgimenti altamente insoliti sui mercati”. Evidentemente Powell nel 2008 faceva altro.

Ebbene, sui listini la notizia ha portato un attimo di respiro, ma poi le vendite disperate al meglio (panic selling) sono riprese e continuate fino al termine di una seduta che possiamo definire, sia in USA che in Europa, peggiore delle peggiori sedute del 2008.

Gli indici azionari USA hanno perso un soffio meno del -10%, Eurostoxx50 ha chiuso a -12,35%, il nostro Ftse-Mib, che prima delle gaffe di Lagarde perdeva meno della media europea, ha chiuso a -16,62% e sul listino dei 40 titoli dell’indice delle blue chips italiane solo Diasorin presentava una perdita a una sola cifra. Ogni investitore dovrebbe fotografare il listino italiano alla chiusura del mercato ieri sera e poi appendere la foto sopra il computer da cui effettua le sue operazioni di borsa, a perenne ricordo di che faccia ha un crollo.

A dimostrare la capitolazione dei mercati possiamo aggiungere che anche oro, metalli e persino i bond sono stati venduti. Tutto quel che si poteva scaricare è stato venduto senza prezzo e senza voltarsi indietro.

E’ la dimostrazione di quanta speculazione rialzista a leva ci fosse in giro, quella che si attua impegnando solo il margine di garanzia sui prestiti che vengono usati per speculare al rialzo. Quando il mercato crolla scattano le “margin call”, i richiami di altri soldi che devono essere messi a garanzia, pena la chiusura automatica delle posizioni, che scattano inesorabilmente. Allora chi ha qualcos’altro da vendere lo scarica per procurarsi la liquidità necessaria per mantenere le posizioni in perdita. Aspettiamoci di leggere nei prossimi giorni di numerosi fallimenti di fondi hedge.

Siccome 11 anni di rialzo hanno gonfiato all’inverosimile la speculazione a leva, ecco il patatrac quando il mercato si spaventa.

Mi stupisco che questa volta non abbiano ancora preso provvedimenti di divieto di operare short, chiusure dei mercati e quant’altro dell’armamentario di emergenza per frenare il panico. Ma se fosse stata frenata l’euforia, che ha dominato tutto lo scorso anno e fino a metà febbraio di questo 2020, invece di continuare ad alimentarla con fiumi di liquidità gratis, non sarebbe stato meglio?

Stiamo rivivendo il film del 2008, che rischia di essere anche peggiore, perché allora la crisi finanziaria aveva colpito prima i mercati e poi l’economia. Ora questa devastazione sta colpendo prima l’economia in modo violento e rapidissimo, e si scarica sui mercati.

Di solito però la capitolazione precede un rimbalzo, che in questo caso potrà essere anche molto cospicuo, se proporzionato alle dimensioni del crollo. 

Il motivo è semplice, ed ha a che fare con l’emotività. Chi ha mantenuto ieri i nervi saldi e non ha venduto, perché dovrebbe vendere oggi? 

Oggi il mercato dovrebbe perciò registrare penuria di venditori. Certo, anche i compratori, spaventati, non si presenteranno in massa. Ma è presumibile che oggi il pendolo oscilli dalla parte dei compratori, anche perché quelli che non sono rimasti incastrati, con i portafogli pieni di cadaveri e senza liquidità aggiuntiva, oggi troveranno parecchia roba a prezzi di saldo, su cui poter fare un significativo mordi e fuggi.

Credo che la settimana dei mercati proverà a terminare con una faccia un po’ meno cadaverica di quella che ha presentato ieri. Se ci riuscirà potrà aprirsi una finestra di recupero che magari non farà tornare il toro tanto presto, ma consentirà l’uscita un po’ più ordinata dei ritardatari a prezzi un po’ meno sacrificati. Se non si illuderanno di essere in una inversione a V.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online