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Perché c'è un pericolo nell'esaltazione degli industriali per Draghi

·4 minuto per la lettura
Il presidente del consiglio Mario Draghi saluta i presenti, a seguito di un lungo applauso a lui rivolto durante l’Assemblea 2021 di Confindustria, Roma 23 settembre 2021. ANSA/FABIO FRUSTACI (Photo: FABIO FRUSTACI/ANSA)
Il presidente del consiglio Mario Draghi saluta i presenti, a seguito di un lungo applauso a lui rivolto durante l’Assemblea 2021 di Confindustria, Roma 23 settembre 2021. ANSA/FABIO FRUSTACI (Photo: FABIO FRUSTACI/ANSA)

Certo, la standing ovation. Mai vista, in una platea del genere, una roba così, che esprimeva, al tempo stesso, un senso di liberazione (da quel che c’è stato prima), un sentimento di identificazione e una smisurata fiducia. Da descrivere, per chi non c’era. A un certo punto, l’oratore, il leader degli industriali Carlo Bonomi, partecipa financo all’applauso verso Draghi, batte le mani, si allontana dal leggio muovendo due passi verso la prima fila. Due, tre minuti, la platea si alza. E anche l’impassibile premier, trascinato dal calore, è inevitabilmente costretto a tirarsi su dalla sedia. Il successivo paragone con quegli uomini che, nella storia, hanno “risolto i problemi” senza guardare al consenso e agli effetti speciali, da De Gasperi a Ciampi dà il senso di un qualcosa di più del classico appoggio di Confindustria a un governo.

Nel discorso di Bonomi, molto politico, franco, perché davvero poco ambiguo in ogni passaggio, non c’è dentro solo un’agenda, ma qualcosa di più: un sentimento antipartitico e, con esso, l’idea che governo e ricostruzione debbano fondarsi su un nuovo asse di relazioni sociali. Detto in un titolo: fuori i partiti, la ricostruzione sia affida alla triangolazione tra governo e parti sociali. Il senso di un “patto” Confindustria-sindacati, il mettiamoci attorno a un tavolo per offrire a Draghi delle soluzioni nell’ambito di una visione condivisa è questo. Ecco, i partiti sono quelli delle “bandierine”, dei “giochetti”, senza alcuna indulgenza per uno schieramento e per l’altro compresi (il riferimento è alla Lega) quelli che ammiccano ai no vax. E sono coloro che rischiano di compromettere il cronoprogramma sulle riforme, pensando al proprio particulare in vista delle amministrative e del Quirinale. E invece, questo il senso della relazione, il governo deve durare fino al 2023 (magari anche oltre) affidandosi a un nuovo meccanismo di governance.

È un mood che trova sostanzialmente riscontro nelle parole del premier che quel “patto” lo benedice, accettandolo anche semanticamente in luogo dell’espressione che aveva appuntato di “prospettiva economica condivisa”. Discorso denso anche se poco politico quello di Draghi che nella prima parte è molto governatore di Bankitalia e poi, a braccio, fa un paragone tra l’oggi e il lungo dopoguerra, per richiamare alla necessità di un patto sociale. E spiega che, a un certo punto, il “giocattolo si è rotto” – ovvero è arrivata la crisi dopo il boom – non solo per tutta una serie di ragioni internazionali, dalla fine di Bretton Woods al post Vietnam, ma anche perché si è incrinato un virtuoso sistema di relazioni sociali. Si potrebbe annotare che nel declino italiano concorrono tanti altri fattori, che riguardano anche le responsabilità della classe dirigente imprenditoriale, ma l’analisi dà l’idea di un clima. E c’è altrettanto scetticismo verso la politica nella battuta che “è già molto un governo che non cerca di fare danni”. Inevitabilmente contiene un giudizio su chi lo ha preceduto e sulle dinamiche (partitiche) ovviamente che spesso quei danni creano.

Parliamoci chiaro: che il governo Draghi sia l’effetto di una crisi di sistema e del fallimento della politica ormai è un dato acquisito. Quanto questo da stato di necessità possa trasformarsi in regola è il dibattito di oggi. E soprattutto quanto sia praticabile il modello del “patto” che tenga fuori i partiti, all’interno di un governo che non è “tecnico”, ma “politico-tecnico”, con ministri politici, per scelta compiuta all’inizio: è pensabile tirare fuori le forze politiche dalla legge sulla concorrenza? È pensabile un patto sul lavoro bocciando senza appello l’operato del ministro Orlando, il più attaccato nella relazione? È cioè pensabile separare Draghi dai partiti che lo sostengono? Può essere un legittimo auspicio, che però ha in sé proprio quella cultura dell’uomo della provvidenza indicata come esempio negativo in una relazione ispirata alla cultura “necessità”, di cui fa parte il fare i conti con le condizioni date.

Al Palalottomatica è andato in scena, aggiornato, un copione antico della borghesia italiana (oggi viene chiamata establishment), in fondo tutta la campagna contro la Casta partì proprio dalla Confindustria di Montezemolo, sull’inutilità della politica e dei partiti. E sulla necessità di un vincolo esterno sostitutivo al principio della sovranità popolare (ricordate quando si teorizzò “Monti dopo Monti” come oggi “Draghi dopo Draghi”?). Il risultato fu che è arrivato Grillo che quel sentimento lo interpretò meglio di tutti. Non è una novità. La novità ci sarà quando le classi dirigenti nazionali si impegneranno a uscire dal pendolo che oscilla tra tecnocrazia e populismo. E i partiti a riformarsi: i momenti di “tregua” dovrebbero servire anche a questo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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