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Perché le 30enni di oggi potrebbero non raggiungere mai la parità di salario

Di Carlotta Sisti
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Tetra Images - Getty Images
Photo credit: Tetra Images - Getty Images

From ELLE

Sembra un trick da film di Nolan, eppure è la realtà: arriva un giorno dell'anno in cui le donne, come causa diretta della disparità di salario, smettono di essere pagate. Accade praticamente ovunque, ma la il calcolo è stato fatto per la prima volta nel 2019, dal gruppo femminista francese Les Glorieuses, che ha preso il gender pay gap presente in Francia e lo ha rapportato al numero di ore e giorni lavorativi. Un anno dopo, nell'anno della pandemia da Covid-19, tutto è peggiorato, compresa la disparità di trattamento tra lavoratori maschi e lavoratrici.

Solo in Italia, per esempio, quando si è trattato di passare dal lockdown serratissimo dello scorso marzo, alla Fase 2 della ripartenza, a tornare al lavoro sono stati più di 4 milioni di cittadini, il 72 per cento dei quali uomini, fatto che presuppone che alle donne sia stato assegnato, come non potesse che toccare a loro, il ruolo di “caregiver”. Non è dunque un caso se, come vi abbiamo raccontato qualche mese fa, da noi 1 italiana su 2 preferirebbe un congedo di maternità migliore, piuttosto che un aumento di stipendio. Le cose sono diventate serie al punto che secondo una recente ricerca dell'Equality trust, le 30enni di oggi, con tutta probabilità, non conosceranno mai la parità di salario rispetto ai colleghi maschi.

Secondo Fawcett Society, che si occupa di mappare il mondo del lavoro da una prospettiva sociologica e di diritti civili, il 43% delle donne lavoratrici e il 50% delle donne lavoratrici di etnia nera o appartenenti a minoranze sono molto preoccupate per le loro prospettive di lavoro e carriera, a causa del coronavirus, mentre un terzo (un terzo, sì) delle donne ha perso o ha dovuto lasciare il lavoro perché costretta a prendersi cura dei figli, a casa da scuola sempre per l'emergenza Covid. La crisi dovuta agli effetti della pandemia si è abbattuta in modo asimmetrico sul mercato del lavoro, finendo col distruggere più posti di lavoro femminili che maschili, tanto che si parla di she-cession. Pare evidente ed inconfutabili che dati del genere dimostrano quanto in moltissimi casi non ci sia stata alcuna nuova a paritetica redistribuzione dei carichi di lavoro in famiglia, particolarmente necessaria se ci si ritrova senza aiuti in casa, e se lo Stato non si dimostra all'altezza del compito di venire incontro a queste vitali necessità.

Qualche numero, per capirci, relativo a casa nostra: in Italia, come confermano numerosi studi, il più recente dei quali è il 28° Rapporto sulle Retribuzioni di ODM Consulting, società di consulenza HR di Gi Group, a parità di esperienza lavorativa, il pay gap legato al genere è del 5,5% tra laureati e dell’8% tra non laureati. E ancora: gli uomini sono meglio retribuiti già all’inizio della loro carriera con gli under 30 entrati da un paio d'anni nel mondo del lavoro ogni anno che guadagnano in media 2 mila euro in più all'anno delle colleghe. L’ultima edizione del Rapporto Cerved-Fondazione Marisa Bellisario 2020 rivela poi che le donne al vertice sono una minoranza ancor più ristretta: in tutto il Paese, le amministratrici delegate sono solo il 6,3% del totale, ma un discorso analogo si potrebbe fare anche al di fuori delle aziende.

Nelle università, ad esempio, la percentuale di donne si assottiglia ad ogni step di carriera: sono il 47% fra i ricercatori a tempo indeterminato, scendono al 38% fra i professori associati e sono solo il 23% degli ordinari. Ma basta cifre, numeri, percentuali; guardiamo alle possibili soluzioni. Perché ce ne sono, purtroppo non da noi (che siamo per altro un paese che ancora fa molta fatica a comprendere il vero significato, per esempio, delle quote rosa) ma comunque molto vicino. In Islanda, per esempio, aziende ed uffici pubblici con più di 25 dipendenti devono dimostrare che il salario di uomini e donne è identico. E in Regno Unito le società con oltre 250 dipendenti devono pubblicare ogni anno i dati su stipendi e bonus di uomini e donne. Analoghe misure sono in vigore anche in Germania e Belgio. In Italia non c'è alcuna proposta di legge attualmente in discussione, cosa non poco preoccupante per una nazione duramente colpita tanto dalla pandemia quanto dalla morsa delle crisi economica. a conferma che le donne sono ancora non solo sottopagate ma pure ampiamente, gravemente sottovalutate.