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Perché i malati di Covid perdono l'olfatto

Di Enrico Pitzianti
·5 minuto per la lettura
Photo credit: duncan1890 - Getty Images
Photo credit: duncan1890 - Getty Images

From Esquire

La perdita dell'olfatto è così diffusa tra i malati di Covid che, come scrivevamo qualche giorno fa, nell'ambito scientifico e medico si è pensato di poter affiancare la misurazione della febbre a dei test che misurino se si sentono o meno gli odori. Questo perché si stima che tra il 65 e l'80 per cento dei positivi sperimentano questo disturbo, una percentuale molto ampia, basti pensare che solo il 40 per cento dei positivi ha la febbre, cioè circa la metà.

Ciò che però non si sapeva è il motivo di questa perdita. L'olfatto è un senso che coinvolge diverse aree del nostro corpo, alcuni tessuti che tutti noi abbiamo all'interno del naso, alcuni particolari recettori e infine il cervello, che è l'organo a cui spetta l'elaborazione e l'interpretazione dei sensi. La domanda che si sono posti medici e ricercatori, quindi, è stata sin da subito questa: il nuovo coronavirus attacca solamente i tessuti e i recettori, o attraverso questi è capace di farsi spazio fino al cervello?

La seconda ipotesi è la più pericolosa: se il virus avesse davvero un duro impatto sul cervello umano allora potremmo avere a che fare con danni visibili a lungo termine. A non escludere questa ipotesi è Nicolas Meunier, neuroscienziato e ricercatore presso l'Università parigina "Paris-Saclay", che in uno studio fatto su dei criceti ha monitorato l'effetto del Sars-CoV-2 sia a livello nasale che neuronale. Nello studio l'anosmia (il nome scientifico per la perdita dell'olfatto) appare come un possibile fattore di rischio per alcune malattie neurodegenerative, come il Parkinson. Secondo il ricercatore, infatti, ci sarebbero dei precedenti, perché in passato dopo alcune pandemie, come quella del 1919, si è verificato un aumento dell'incidenza del morbo. "Sarebbe davvero preoccupante se qualcosa di simile stesse accadendo oggi", ha detto il ricercatore in una recente intervista riportata da Scientific American.

Ma va precisato che siamo nel campo delle possibilità, e c'è chi è molto scettico riguardo il rapporto tra infezione da Nuovo coronavirus e incidenza di malattie neurodegenerative. Come Carol Yan, una rinologa che lavora a San Diego, all'Università della California, Yan pensa che il rischio di questo legame sia da prendere con le molle: "c'è certamente un legame tra anosmia e malattie, ma pensiamo che la perdita dell'olfatto indotta dal virus sia un meccanismo completamente diverso" dice la studiosa, e aggiunge: "avere un'anosmia post-virale non comporta necessariamente un rischio maggiore di altre malattie, si tratta di due fenomeni completamente separati".

Sempre Carol Yan sottolinea però come ci siano altri rischi dovuti alla perdita dell'olfatto che non riguardano questo tipo di malattie. Secondo la ricercatrice l'anosmia, in ogni caso, "aumenta la mortalità" e lo fa per il semplice fatto che non sentire gli odori è estremamente pericoloso, sia per l'alimentazione (spesso l'olfatto è l'unico modo che abbiamo per capire se il cibo è andato a male) che nella vita di tutti i giorni, come sapere se c'è una fuga di gas. Questa condizione può anche causare "astinenza sociale o deficit nutrizionali", perché non riconoscere odori, profumi e puzze ci rende difficilmente adattabili alla vita in società.

Photo credit: LUIS ACOSTA - Getty Images
Photo credit: LUIS ACOSTA - Getty Images

Quindi, da dove viene la perdita dell'olfatto?

La possibilità che il virus faccia danni anche altrove rimane, ma è molto probabile che il danno causato dal Nuovo coronavirus all'olfatto di chi ne viene infettato riguardi esclusivamente le mucose del naso. A sostenerlo, per esempio, è Sandeep Robert Datta, un neuroscienziato che lavora alla Harvard Medical School: "stando alla mia lettura dei dati, fino ad oggi, la fonte primaria dei danni all'olfatto è riconducibile all'epitelio nasale", cioè lo strato cutaneo composto dalle cellule responsabili della "registrazione" degli odori. "Sembra che gli attacchi del virus non coinvolgano direttamente i neuroni", dice Datta. Ma, come sottolinea lo stesso scienziato poco dopo, "questo fatto non ci dà la certezza assoluta che i neuroni non possano essere colpiti".

La possibilità, per quanto remota, visto che i dati al momento sembrano suggerire altrimenti, è che l'anosmia legata alla Covid-19 possa significare che il virus è capace di arrivare al cervello attraverso il naso. Il nostro corpo ha infatti delle cellule, chiamate neuroni olfattivi, che sono quelle che si occupano di trasmettere questi segnali al cervello, che poi ha il compito di elaborarli.

La spiegazione ora ritenuta più probabile dalla comunità scientifica è che ci siano alcune cellule, parte dei tessuti interni alle nostre narici, che vengono "disattivate" dall'attacco virale, ma i neuroni olfattivi non avrebbero i recettori dell'enzima di conversione della angiotensina II, che sarebbero quelli in grado di permettere l'ingresso del virus nelle cellule celebrali.

Le buone notizie vengono proprio dallo studio sui criceti che citavamo poco fa condotto da Nicolas Meunier: due giorni dopo l'infezione da Nuovo coronavirus, infatti, i roditori avevano circa metà delle cellule responsabili dell'olfatto a livello nasale infette, ma i neuroni olfattivi non sono stati infettati, e non lo erano nemmeno dopo due settimane.

Le (possibili) cure alla perdita dell'olfatto

Non sappiamo quanto può durare l'anosmia, al momento quella provocata dai virus influenzali ha dimostrato di poter durare pochi giorni come molti mesi. "Non conosciamo il decorso temporale della guarigione per chi soffre di anosmia", sostiene Yan, ma i casi più seri "di solito vanno da sei mesi a un anno". Con una perdita dell'olfatto post virale a lungo termine a causa dell'influenza "dopo sei mesi, c'è una probabilità del 30-50 per cento di guarigione spontanea", aggiunge la ricercatrice. Eppure "ci sono casi di pazienti che hanno recuperato l'olfatto anche dopo due anni".

Visto che ci sono ancora molti dubbi sulle cause della perdita dell'olfatto, la cura al momento non c'è, ma esistono degli studi che ci permettono di intravederla. Yan raccomanda l'"irrigazione" dell'interno del naso con il budesonide, cioè un farmaco cortisonico topico che avrebbe dimostrato di migliorare i risultati in uno studio dell'Università di Stanford condotto su pazienti che hanno sperimentato anosmia post-influenzale per più di sei mesi.