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Perché Mario Draghi governerà fino al 2026. Il punto di Corrado Formigli

·2 minuto per la lettura
Photo credit: Horacio Villalobos - Getty Images
Photo credit: Horacio Villalobos - Getty Images

Imperversa sui media, con toni francamente stucchevoli, l’espressione “metodo Draghi”. Il nostro presidente del Consiglio viene rappresentato come un’entità salvifica e dotata di poteri soprannaturali. Il suo tocco magico è capace, per i troppi cantori, di trovare in poche ore soluzioni ritenute impossibili. La celebrazione del draghismo è obiettivamente un fenomeno imbarazzante per l’informazione. La quale, ricordiamolo, avrebbe il ruolo di cane da guardia del potere.

Detto questo, proviamo a capire meglio perché l’ex presidente della Bce sembra volare sui dossier politici più complicati e incancreniti come su un cuscino d’aria. La risposta è semplice: al di là delle sue indubbie qualità, Mario Draghi governa sulle macerie del sistema dei partiti e si trova a gestire una somma di miliardi, quelli promessi dall’Ue all’Italia col Recovery Fund, che nessun leader politico italiano avrebbe la capacità di gestire. E gli italiani questo lo hanno capito bene.

Sanno che l’ultimo treno utile per riportarci in Europa, nel senso della decenza del sistema giudiziario, delle infrastrutture fisiche e digitale, dell’apparato amministrativo, è quello del Piano nazionale di rinascita e resilienza. I 200 miliardi, per dirla in breve. Che non verranno sganciati dall’Europa a prescindere, ma soltanto a rate, dopo aver valutato il grado di realizzazione dei programmi. Sanno, i cittadini italiani, che senza Draghi l’Italia rischia di non incassare quei denari. E di essere riconsegnata a deboli e litigiosi leader politici in crisi d’identità.

A destra e a sinistra si è aperta una voragine dentro i partiti. È un problema serio: senza di essi viene a mancare nel Paese un serio sistema di rappresentanza della società. Ma la riforma del sistema dei partiti, la riformulazione di valori, ideali e obiettivi non può essere risolta in pochi mesi. Oggi Draghi gode di un consenso popolare ben oltre il 70 per cento perché gli italiani sono frastornati e impauriti, non conoscono gli esiti finali della pandemia e della crisi economica da essa innescata. E al di là del premier, non emergono figure politiche forti e capaci di pensare e applicare ricette alternative.

Per questo, azzardo un’ipotesi, Draghi resterà a palazzo Chigi e non diventerà presidente della Repubblica nel 2023. Per traghettare il malconcio sistema politico italiano oltre la crisi, fino a che non saranno arrivati e stanziati tutti i fondi europei, nel 2026. Sì, nel 2026. Anche dopo le prossime elezioni.

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