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Il petrolio cede il passo alla FED

Pierluigi Gerbino
 

Il petrolio e la crisi geopolitica medio-orientale hanno tenuto banco ieri ancora nella prima parte della seduta, ma nel pomeriggio l’ondata emotiva che ha portato il prezzo del greggio a salire lunedì di quasi il 20% rispetto ai prezzi di venerdì si è decisamente acquietata, ed anche i prezzi hanno ritracciato quasi metà del balzo di lunedì, dopo che le autorità  saudite hanno cercato di rassicurare i mercati sull’entità dei danni e confermato l’uso delle riserve strategiche per garantire le consegne. Ai mercati queste rassicurazioni per ora sono bastate a sedare il panico. Resta però del tutto da verificare il grado di sincerità delle autorità arabe. Fonti non governative parlano invece di danni piuttosto gravi, che richiederanno mesi di lavoro per essere recuperati. Tenuto conto che le riserve di Riad sono sufficienti per circa due mesi, il problema potrebbe ripresentarsi con forza se i lavori di ripristino dovessero prolungarsi oppure se dovessero ripetersi altri attacchi. Ovviamente spero di no, ma non posso escluderlo, data la facilità con cui i terroristi hanno colpito con i droni.

Sta di fatto che per il momento il petrolio esce dai radar dei mercati, anche perché a spingerlo via ci pensa la riunione della FED di stasera, che ci indicherà la decisione sui tassi di interesse USA, dopo la mossa della BCE della scorsa settimana, la pressione serrata e francamente molto maleducata di Trump per ottenere un forte taglio dei tassi, e l’analoga esigenza dei mercati, che necessitano dell’aiutino FED per poter tentare l’attacco ai massimi storici con gli indici azionari USA principali.

La seduta europea odierna dovrebbe rimanere piuttosto ingessata nell’attesa e gli indici dell’Eurozona recepiranno solo con l’apertura di domani le notizie monetarie che Powell ci trasmetterà a partire dalle ore 20. La successione prevede il comunicato ufficiale, le previsioni economiche del FOMC per i mesi futuri e la Conferenza Stampa illustrativa di Powell.

Sarei molto sorpreso se la FED non tagliasse i tassi, dato che nelle scorse settimane ha inviato rassicurazioni evidenti ai mercati in tal senso. Molto aperta è invece la determinazione del comportamento futuro, che dipende dai dati macroeconomici, ma anche dalle pressioni esterne.

I dati macro delle ultime settimane non hanno chiarito molto la situazione dell’economia USA. Un rallentamento è evidente, testimoniato dalla debolezza del PMI manifatturiero, sceso sotto quota 50, a sua volta condizionato dalla guerra dei dazi e dal calo dell’interscambio commerciale in tutto il mondo.

Ma la fiducia degli americani è ancora alta ed anche la voglia di spendere, come testimonia la buona salute del PMI servizi, stabilmente sopra quota 50. Non dimentichiamo che sul PIL il manifatturieri pesa meno del 30%, mentre i servizi contano circa il 70%. Inoltre, se dovesse veramente essere siglata la pace commerciale tra USA e Cina, con la rimozione dei rispettivi dazi, o almeno una tregua, la diminuzione degli investimenti che si registra ora a causa delle incertezze future potrebbe arrestarsi ed il rallentamento in atto non trasformarsi nella temuta recessione, che i mercati obbligazionari ci hanno evocato invertendo completamente la curva dei rendimenti in agosto.

Inoltre le pressioni inflazionistiche, che mancano in Europa, cominciano ad essere abbastanza evidenti in USA, e l’aumento dei prezzi del petrolio le potrebbe addirittura rinfocolare.

Tutti questi elementi renderebbero piuttosto privo di logica un percorso prolungato di calo dei tassi.

Pertanto non è così scontato che Powell voglia cedere agli strattoni scomposti di Trump ed alle lusinghe del mercato.

Speriamo stasera di avere qualche chiarimento direttamente dalla sua bocca.

Mi manca lo spazio per commentare l’ennesima giravolta di Renzi e le evoluzioni della politica italiana. Tutto sommato non mi dispiace. Le occasioni nei prossimi giorni non mancheranno. 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online