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Petrolio, Opec-Russia a Pietroburgo: sanzioni non aiutano nessuno

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Roma, 27 mag. (askanews) - La decisione degli Usa di uscire dall'accordo multilaterale sull'Iran "mette a rischio di sanzioni il 5% della produzione mondiale e circa il 10% delle riserve certe. Il volume totale di idrocarburi che verrebbe limitato nello sviluppo è un terzo delle riserve mondiali di greggio. Un record negativo. Mai prima d'ora si era verificata una cosa del genere". E' stato questo l'allarme lanciato dal presidente di Rosneft, Igor Sechin, da San Pietroburgo dove come da tradizione anche nel corso della 22esima edizione del Forum economico internazionale, concluso ieri, l'energia, e il petrolio in particolare, sono stati tra i tempi più discussi. Ma quest'anno al centro del confronto tra top manager e i ministri dell'Energia dell'Arabia Saudita e della Russia, Khalid al-Falih e Alexander Novack, con il numero uno dell'Opec, Mohammed Barkindo, l'elemento che ha condizionato tutta la discussione è stato quello delle sanzioni all'Iran dopo la decisione di Trump dell'8 maggio di lasciare l'accordo multilaterale sul nucleare iraniano. Una decisione che ha contributo nei giorni scorsi a portare il prezzo del greggio sopra gli 80 dollari al barile, record dal 2014, per poi ridiscendere a quota 64 dollari subito dopo le parole pronunciate dal Forum da Novack e al-Falih. I due ministri non hanno escluso che si possa intervenire sull'accordo tra Opec e paesi non Opec capitanati dalla Russia per una riduzione dei tagli alla produzione, ora pari a 1,8 mln di barili al giorno, da decidere nel prossimo vertice Opec del 22 giugno a Vienna. Il Forum di San Pietroburgo è stato l'occasione per un primo faccia a faccia sul tema. "Sta arrivando il momento di valutare una via d'uscita dai tagli con la produzione che potrebbe risalire dal terzo trimestre dell'anno", ha detto Novack.

Riad che è interessata a mantenere più alti i prezzi propende per una riduzione del taglio produttivo sui 400mila barili. Mosca vorrebbe aumentarla un po' di più perché, come ha detto lo stesso Putin, "noi siamo soddisfatti con il petrolio a 60 dollari. Non siamo interessati a una salita senza fine dei prezzi". Per Sechin infatti "la politica delle sanzioni e degli ultimatum in relazione al mercato degli idrocarburi non può che portare a un permanente bonus sui prezzi legato alle sanzioni. Non escludo che presto parleremo di un 'super ciclo' delle commodity sottoposte a sanzioni e a breve vedremo nuovi record nei prezzi. E i nuovi livelli di prezzo saranno pagati dai consumatori americani ed europei", ha ammonito Sechin. Quindi in sostanza a rimetterci, ha messo in guardia, saranno anche gli Usa. Anche perché la domanda di greggio è destinata comunque ad aumentare.

Secondo l'Iea già nel 2017 la domanda di idrocarburi liquidi a livello mondiale è cresciuta di 1,6 milioni di barili al giorno raggiungendo gli 8 milioni al giorno. Il 35% dell'incremento è dei paesi dell'Asia-Pacifico ma anche in Europa c'è stato un aumento di 360mila barili al giorno. "Non vediamo minacce reali per il mercato del petrolio sul lato della domanda", ha detto Igor Sechin che ha evidenziato come sia stato proprio l'accordo tra paesi produttori e non produttori "a mantenere il mercato in equilibrio lo scorso anno e ad evitare conseguenze devastanti dovute alla inabilità politica". Cosa che si ripresenta quest'anno con l'aggravante delle sanzioni Usa all'Iran.

La strada verso un aumento della produzione comunque sembra segnata. E questo non solo perché sarà necessario rimpiazzare il petrolio iraniano ma anche perché c'è stato un calo nella produzione del Venezuela, circa 500mila barili al giorno, ma anche in Messico. Il calo degli investimenti negli ultimi due anni per il prezzo basso del greggio ha contribuito anche al calo dell'offerta e il suprlus non è più un problema. Il mercato è in deficit di offerta.