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Più assunzioni e un tour in giro per l'Italia. Draghi porta il Recovery fuori da Chigi

·5 minuto per la lettura
ROME, ITALY - OCTOBER 31: Italian Prime Minister Mario Draghi attends the Italian presidency press conference on the second day of the Rome G20 Summit, on October 31, 2021 in Rome, Italy. The G20 (or Group of Twenty) is an intergovernmental forum comprising 19 countries plus the European Union. It was founded in 1999 in response to several world economic crises. Italy currently holds the Presidency of the G20 and this year's summit will focus on three broad, interconnected pillars of action: People, Planet, Prosperity. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
ROME, ITALY - OCTOBER 31: Italian Prime Minister Mario Draghi attends the Italian presidency press conference on the second day of the Rome G20 Summit, on October 31, 2021 in Rome, Italy. The G20 (or Group of Twenty) is an intergovernmental forum comprising 19 countries plus the European Union. It was founded in 1999 in response to several world economic crises. Italy currently holds the Presidency of the G20 and this year's summit will focus on three broad, interconnected pillars of action: People, Planet, Prosperity. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

La standing ovation che i sindaci, riuniti a Parma, riservano a Mario Draghi prima che inizi a parlare dal podio serve a stemperare il nervosismo degli ultimi giorni, ma è quando il premier si dice pronto a raccogliere “il suggerimento dato dal sindaco Decaro” sulla necessità di reclutare personale per i Comuni che l’applauso passa dalla cortesia alla fiducia ritrovata. Non che quella dei primi cittadini nei confronti di Super Mario (copyright Decaro) sia stata fino ad ora un’insofferenza tale da sfociare in un ostruzionismo, ma le preoccupazioni sull’attuazione del Recovery hanno sfilacciato un rapporto che nei fatti non si è mai consolidato, anzi forse non si è mai neppure generato, perché diversa è la natura del rapporto. In ballo ci sono 50 miliardi del Pnrr che i sindaci dovranno amministrare a fronte di un personale falcidiato negli ultimi anni dal blocco del turnover e di un meccanismo di spesa che dalle carte deve passare alla pratica.

I dubbi e i timori hanno bisogno di risposte concrete, molto di più del plauso e del riconoscimento che passa dalle parole con cui Draghi condisce il suo intervento. Anche quelle servono per costruire un clima di fiducia e per questo il premier stressa il concetto della centralità dei Comuni, dagli anni di piombo alla gestione della pandemia, soprattutto li mette “al centro della stagione che abbiamo davanti”. Ma questo rapporto - è il secondo tempo del ragionamento - deve essere reciproco perché, dice rivolgendosi alla platea, “tocca a tutti noi, insieme, trasformare i progetti in opportunità di crescita e sviluppo”. Insomma il Governo è pronto a fare un passo in avanti verso i sindaci, ha capito che il Recovery deve uscire da palazzo Chigi.

Questo movimento, dettato dalla necessità di non bruciare i soldi nella palude della periferia, avrà due controprove immediate. La prima è la firma che Draghi apporrà entro venerdì sul Dpcm per l’avvio della selezione dei mille tecnici che saranno inviati in tutte le Regioni e da qui nelle province e nei Comuni. La seconda è l’intervento sulle assunzioni che arriverà con il passaggio parlamentare della legge di bilancio. Quelle che chiedono i sindaci sono margini per sbloccare le assunzioni strutturali perché strutturale è stato il danno che la spending review, il braccio operativo del blocco del turnover, ha fatto negli uffici, di fatto svuotandoli o mettendoli in condizione di grave difficoltà nella gestione dell’ordinario. È chiaro che la macchina amministrativa non regge ora che agli impegni ordinari si sta per sommare la gestione dei 50 miliardi del Pnrr. Il Governo non pensa a un’infornata di assunzioni, anche perché quelle per il Recovery stanno procedendo nei tempi stabiliti attraverso concorsi e selezioni, ma a vincoli meno stringenti che potranno far ripartire l’afflusso di entrate a tempo indeterminato (quelle del Recovery sono a tempo).

A fare da base a questi interventi sono i soldi. Il Governo ha incassato ad agosto un anticipo da 24,8 miliardi e la prossima tranche del pacchetto da 191,5 miliardi (se si aggiungono altri fondi europei e nazionali si arriva a 235,1 miliardi) arriverà se si centreranno i 51 obiettivi che scadono a fine anno (al momento ne sono stati centrati 29). Questi soldi vanno a rimpinguare le casse dello Stato perché il Fondo rotativo per l’attuazione del Recovery anticipa i contributi che via via arriveranno da Bruxelles. Ora questo Fondo viene incrementato di circa 10 miliardi nel 2022 e di altrettanti per il 2023: in questo modo le risorse subito disponibili nei prossimi due anni salgono rispettivamente a 40,3 e 53,6 miliardi. Al di là dei numeri, il senso è che si spinge il Pnrr perché si hanno più fondi da spendere subito per attuare i progetti.

Le mosse del Governo si calano però in un contesto che è in evoluzione e soprattutto ancora poco percepito dal Paese. Il Recovery va spiegato e a questo servirà un tour in 22 città che partirà il 15 novembre da Bari: toccherà al ministro Vittorio Colao e al sottosegretario Roberto Garofoli inaugurare gli incontri con le istituzioni, ma anche con i cittadini, le associazioni di categoria e le imprese. Non basta l’organizzazione della testa, divisa tra palazzo Chigi e il Tesoro, e neppure le prime riunioni delle cabine di regia tematiche, a cui tra l’altro non sono mai stati invitati né le Regioni né i Comuni. La testa deve parlare alle braccia operative. Anche per la necessità di non storpiare il dibattito, riducendolo al sindaco frignone contrapposto al tecnico governativo silenzioso. Ancora alla falsa narrazione dei soldi che sono arrivati già a Napoli invece che a Milano.

La disponibilità di Draghi, però, hai dei paletti. Le regole del Recovery non si cambiano: niente soldi diretti ai Comuni come chiede Decaro, si procede come stabilito. La piena attuazione in corso di cui parla il premier è quella dell’avvio dei bandi: alcuni sono gestiti dai ministeri, altri dai Comuni. La ditta che si aggiudicherà l’appalto per costruire l’asilo nido riceverà i soldi dal Comune, ma il sindaco li avrà in mano al momento giusto. Il controllo e soprattutto i tempi dell’erogazione restano al Tesoro. Sarà anche una centralizzazione, ma per Draghi è la garanzia che alla fine si potrà spendere tutto e bene. L’esperienza fallimentare della spesa dei fondi strutturali europei non si cancella con la buona volontà. E neppure con un applauso.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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