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La politica della FED e gli effetti collaterali

Angela Iannone

In un articolo pubblicato su Cnn Money, il giornalista Allan Sloan si chiede cosa abbiano in comune la Federal Reserve e Rogaine, noto farmaco utilizzato per la pressione. La risposta è: gli effetti collaterali.
Come Rogaine infatti, nato come farmaco per i malati di pressione alta e riproposto per la crescita dei capelli, così la Fed ha conosciuto due effetti collaterali sul sistema economico poco noti ma molto importanti. Si tratta delle "guerre valutarie" con alcuni potenziali partner commerciali e la riduzione del deficit di bilancio federale.

Il primo effetto collaterale provocato dalla Banca Centrale degli Stati uniti riguarda i tassi di interessi. La politica della Fed si è basata sul taglio dei tassi dal 2009, subito dopo la crisi finanziaria mondiale. Un fattore positivo, che ha portato all'economia statunitense un altro tipo di risvolto. Abbassare infatti i tassi di interesse più velocemente e in maniera più netta rispetto alle altre banche centrali - dal 2009 il dollaro è sceso oltre il 10% rispetto alle valute degli altri partner commerciali - ha indebolito notevolmente la moneta, provocando un impatto negativo sul commercio statunitense. Così le esportazioni hanno subìto un duro colpo, divenute più economiche rispetto alle sempre più costose importazioni.

Sebbene la produzione statunitense sta mostrando negli ultimi anni segnali di ripresa, in parte perchè la caduta del dollaro ha reso la produzione locale più competitiva con i prodotti stranieri, dall'altra parte questo fattore è negativo per quei Paesi i cui prodotti vengono prezzati al di fuori del mercato made in Usa e sono costretti a competere con i prodotti statunitensi più economici in altri mercati.
Secondo il giornalista, la posta in gioco della banca di Ben Bernake è troppo alta. Perchè la differente posizione del dollaro all'esterno e in patria può portare numerose tensioni, oltre ad allontanare gli investitori e far perdere alla moneta lo status di riserva mondiale.


Il secondo effetto collaterale, quello della riduzione del deficit del bilancio federale, è invece positivo. Il piano economico della Fed ha favorito positivamente  - e indirettamente - il Dipartimento del Tesoro. Solo nel 2012, la Banca centrale ha fatturato un profitto di 91 miliardi di dollari, inviandone 88,9 al Tesoro stesso. Così è successo anche negli anni passati, con 75,4 miliardi di dollari nel 2011, 79,3 miliardi nel 2009. Un profitto in costante aumento per via della crescita del portafoglio di titoli della Fed, passato da 750 miliardi di dollari nel 2007 a circa 3 mila miliardi di dollari a fine 2012. Titoli sui quali la Fed paga gli interessi nominali sui soldi che i venditori lasciano in tali conti, e nessun interesse sul denaro ritirato da loro per altri scopi, come per i prestiti. Contemporaneamente, la banca statunitense raccoglie interessi molto proficui sui titoli che ha comprato. Uno dei piani più recenti di immissione di liquidità è il "Quantitative easing 3", basato sull'acquisto da parte della banca Centrale dei titoli di stato immobiliari e i buoni del tesoro a breve termine.

I timori, secondo Sloan, è che questi effetti collaterali non siano a lungo termine. "Bernanke ha spinto i tassi di interesse degli Stati Uniti al livello più basso della storia, ma non può portarli sotto lo zero". Nonostante la Fed non voglia cambiare programma, non potrà resistere per sempre alla pressione dei mercati finanziari e alle altre banche centrali. Così, quando meno se lo aspetterà, il dollaro salirà e i profitti della Fed cadranno. Perchè la Fed non è un medicinale e gli effetti collaterali non sono duraturi.