Portaborse in nero, tutte le contraddizioni della casta. I numeri

Il fenomeno degli assistenti parlamentari in nero: un ddl voluto da chi li teneva in posizioni irregolari

Tra le regole del codice di comportamento per i parlamentari del Movimento5 Stelle di Beppe Grillo si legge, in materia di collaboratori, che le persone "eventuali di supporto ai parlamentari se previste per legge, per la loro attività non potranno superare un rimborso economico di 5mila euro lordi mensili". Cinquemila euro lordi? Si parla di persone, al plurale, ma è una cifra sicuramente interessante se paragonata agli importi medi che molti portaborse hanno ricevuto per anni.

In realtà, dalla prossima legislatura, nella quale molto probabilmente i grillini siederanno in Parlamento, come prescrive il ddl sui portaborse, i collaboratori non dovranno più essere parenti o affini dei parlamentari con cui lavorano; ogni deputato e senatore potrà scegliersi un portaborse che verrà però pagato direttamente dalla Camera o dal Senato. Dei 3.600 euro della relativa indennità, il parlamentare percepirà solo la metà, per altre spese. Al collaboratore andranno 1.845 euro. Un atto di civiltà e trasparenza, come lo definì il Coordinamento dei collaboratori, per porre una situazione spiacevole che si è protratta per anni.

Secondo un’ispezione condotta dalla direzione provinciale del Lavoro di Roma guidata da Marco Esposito sui rapporti di lavoro all’interno di Camera e Senato, e durata ben due anni, tra Camera e Senato su 432 controlli sui “portaborse” accreditati per la collaborazione con i parlamentari in ben 79 casi (il 18,3%) sono state certificate irregolarità in materia lavoristica, previdenziale e assicurativa, e irrogate sanzioni complessive per 24.780 euro, compresi 6 casi di “impedimento all’ispezione”.

Questi i numeri ufficiali che quindi, solo in teoria, lasciavano presagire che i restanti 358 deputati e 155 senatori fossero sprovvisti di “portaborse” non avendone mai richiesto l’accredito. Il giro di vite insomma andava fatto tanto più per eliminare l’odiosa contraddizione tra chi deve lottare per far rispettare diritti e leggi su lavoro e fisco e poi a sua volta contribuisce alla precarietà dei lavoratori e al sommerso. E lo scorso settembre dapprima la commissione Lavoro della Camera approvò la proposta di legge che disciplinava il rapporto di lavoro tra i membri del Parlamento e i loro collaboratori, votandolo all'unanimità.

Poi, alla discussione generale alla Camera, solo una delle due fasi dell’iter parlamentare, il via libera: i sì sono stati 428, 3 i no, 4 gli astenuti. Va ricordato però anche il famoso colpo di scena in commissione Lavoro della Camera agli inizi di settembre, dove era appunto iniziato l' esame del ddl sui collaboratori parlamentari. Durante l'audizione delle due associazioni che rappresentano i "portaborse", An.co.parl e Co.co.parl, la prima, infatti, si era detta contraria, perché secondo la stessa bastava una modifica dei regolamenti interni di Camera e Senato.

Per Francesco Comellini, presidente di An.co.parl, la via legislativa non rappresentava la soluzione del problema. Visto che la legge infatti doveva poi essere recepita dal Regolamento interno di Camera e Senato tanto valeva modificare direttamente questi Regolamenti. Ma l’altra associazione, Co.co.parl, Emiliano Boschetti, perché riteneva che la legge avrebbe costretto l’Ufficio di presidenza di Senato e Camera a modificare i Regolamenti. Quello che non era successo insomma in tutte le altre legislature.