Portaborse, un ddl alla Camera contro il lavoro nero

Regolarizzazione del rapporto di lavoro tra parlamentari e collaboratori: passo avanti in Commissione Lavoro

Che il tempo dei portaborse in nero sia finito? La XI Commissione Lavoro è al lavoro sull’esame delle due proposte di legge che mirano a regolare la disciplina dei rapporti di lavoro tra i membri del Parlamento e i loro collaboratori. L’obiettivo è produrre un testo unificato da portare in aula. Il problema del trattamento riservato dagli onorevoli agli assistenti parlamentari, meglio conosciuti come “portaborse”, aveva portato già nel 2009 una cinquantina di assistenti parlamentari a fondare un coordinamento di base, il Cocoparl, per rivendicare diritti sindacali.

In un’intervista a Linkiesta dello scorso anno, il portavoce Emiliano Boschetto, assistente del deputato Pd Andrea Sarubbi, dichiarava che “la Camera dei Deputati per ogni parlamentare eroga, a prescindere dall'utilizzo, circa 3.700 euro al mese - nel 2010 prima dei tagli erano 4.200 - per il cosiddetto “fondo eletto-elettore”. Sono i soldi che servirebbero a pagare i collaboratori sia a Roma che sul territorio”. Soldi erogati ma non soggetti a controllo in quanto ogni deputato ne fa un uso personale.

Secondo Boschetto, su 630 deputati solo 230 avevano collaboratori dichiarati, e i restanti 400 quindi avrebbero, almeno in teoria, fatto senza. Specificava poi che, pur avendo bisogno il collaboratore parlamentare di un tesserino per entrare in Parlamento, ed essendo lo stesso vincolato a un contratto, regnava l’anarchia in merito, in quanto “non siamo una categoria riconosciuta, il contratto più diffuso è il co.co.pro. ma ricordo che una deputata fece un contratto di operaia a una sua collaboratrice bravissima. Non era cattiveria: a conti fatti diceva che era più tutelata”.

Non secondario, per Boschetto, anche il discorso legato al fattore risparmio anti-casta. Ovvero, solo i deputati che realmente utilizzano i soldi destinati ai collaboratori, rendicontandoli, avrebbero diritto a prendere i soldi, mostrando regolare contratto. Diversamente, no. Ma così non succede. Una legge in materia è quindi doverosa, tanto più per eliminare l’odiosa contraddizione tra chi deve lottare per far rispettare diritti e leggi su lavoro e fisco ed è poi sospettato di pagare in nero i collaboratori, spesso giovani e con la laurea.

Nel testo unificato delle proposte di legge Codurelli-Cazzola, adottato quindi come testo base, si specifica nel primo articolo che i parlamentari hanno diritto ad essere assistiti da collaboratori personali, ovvero di personale esterno all’amministrazione della Camera di appartenenza. Il rapporto di lavoro, come descritto nell’articolo 2 in merito alla disciplina del rapporto di lavoro e normativa applicabile, prevede che il legame lavorativo abbia natura fiduciaria e sia fondato sull’accordo delle parti.

In caso di stipula di contratti di lavoro subordinato, si applicano le disposizioni previste dall’articolo 2118 del codice civile. Il parlamentare non può stipulare contratti di lavoro con i propri congiunti fino al secondo grado. Inoltre, i rapporti hanno durata commisurata alla durata della legislatura, pur essendo rinnovabili. Si risolvono però in caso di cessazione anticipata del mandato del parlamentare rispetto alla conclusione della legislatura. Nessun legame intercorrerebbe invece tra i collaboratori e le amministrazioni del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati.

Infine, all’articolo 3, le norme sulla retribuzione dei collaboratori. La stessa è corrisposta dagli uffici di presidenza delle Camere, con annessi oneri fiscali e previdenziali, fatta salva la “titolarità del rapporto di lavoro tra le parti contraenti”. I parlamentari possono poi avvalersi di ulteriori collaboratori, con retribuzioni e oneri accessori a proprio esclusivo carico, con le disposizioni previste dall’articolo due. Le condizioni per lo svolgimento delle attività dei collaboratori e il loro accesso presso sedi e uffici del Parlamento sono invece individuate, attraverso delibere ad hoc, dagli uffici di presidenza delle Camere.

Il modello a cui il Cocoparl guarda è quello basato sulla triade pagamento diretto da parte dell’istituzione, vincolo di destinazione dei fondi per lo staff al loro effettivo utilizzo e definizione delle tipologie contrattuali standard e relativi minimi, un modello definito “europeo”. La proposta di legge Codurelli-Cazzola soddisfa il primo punto, e parte del terzo. Ma l’iter è ancora lungo.