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Powell e l’arte di obbedire con orgoglio

Pierluigi Gerbino
 

La prima audizione di Powell al congresso ha chiarito che il taglio dei tassi arriverà presto. Restano così confermate le attese e soddisfatte almeno nel breve periodo le pretese dei mercati e di Trump.

Mi è sembrato di capire che, senza le pressioni politiche di Trump e senza l’arroganza dei mercati, lui i tassi non li avrebbe toccati, dato che la crescita è ancora solida e le sue previsioni sono che si manterrà solida. In effetti la logica vorrebbe che se tutto va bene e si pensa che continuerà ad andare bene non ci sono motivi per modificare in senso espansivo una politica monetaria che già è più accomodante che restrittiva. 

Ma, siccome le incertezze (Brexit, dazi, tetto del debito), che lui ha chiamato “venti contrari”, sono ancora presenti, ecco che Powell si è dichiarato pronto a “sostenere l’espansione”, che dal linguaggio dei banchieri può essere tradotto con “tagliare i tassi”. Non ha detto quando, ma ha fatto capire che sarà già a fine mese. 

Chi magari obietta che questi “venti contrari” ci accompagnano da anni e che non hanno impedito ai mercati di collezionare un record dopo l’altro… ha ragione.

Si tratta di pretesti che servono per giustificare la ripresa degli aiuti monetari, che i mercati pretendono per continuare a mantenersi in quota e salire ancora… verso l’infinito ed oltre. Scuse per fare quel che vuole Trump senza dire “obbedisco”, che renderebbe troppo esplicita quella che appare agli occhi degli osservatori come la nuova normalità: addio all’autonomia dei banchieri centrali, diventati la cinghia di trasmissione dei voleri del potere politico ed ostaggio dei capricci dei mercati.

A questo proposito risulta abbastanza penoso il siparietto sulla sua presunta autonomia, quando, rispondendo a domande sulla sua disponibilità a lasciare la Fed se Trump lo sfiduciasse, ha orgogliosamente risposto che lui non si dimetterà fino a fine mandato. 

Certo che non te ne andrai, caro Jerome, non ce ne sarà bisogno, perché continuerai ad obbedire al padrone come stai facendo ora. Ci sarà sempre qualche pretesto da usare per assecondare la volontà di Trump di indebolire il dollaro. E lo farai sostenendo che è farina del tuo sacco, negando anche l’evidenza.

L’unico elemento di cautela che Powell ha trasmesso è l’assenza di impegni su futuri ulteriori tagli, che il mercato comunque già sconta e troverà il modo convincente per pretenderli.

L’ipotesi “una botta e via” non può ancora essere ufficialmente accantonata. Tuttavia la “flessibilità” di Powell ai voleri dei mercati pare una buona garanzia che il tormentone “taglia?”, “quanto taglia?” e “quando taglia?” ci accompagnerà ancora per la seconda parte dell’anno.

Qual è stata la reazione dei mercati? Siccome la sua relazione è stata resa pubblica oltre un’ora prima dell’audizione, gli indici azionari USA hanno festeggiato in anticipo, andando a superare i rispettivi massimi storici prima che Powell iniziasse a parlare. SP500 è riuscito anche ad oltrepassare il livello psicologico dei 3.000 punti, portando il record a quota 3.003.

La festa USA ha contagiato anche le borse europee, deboli per tutta la giornata, portando in positivo anche Eurostoxx50 ed incrementando i guadagni del nostro Ftse-Mib, che in positivo ci è rimasto tutta la seduta, grazie alla verve di bancari ed energetici.

Ma l’entusiasmo iniziale si è quasi subito affievolito, sostituito da una seconda parte di seduta che ha visto gli indici USA retrocedere dai record e segnare guadagni a fine seduta assai più limitati, con candele che non hanno confermato lo smalto iniziale e che potrebbero generare divergenze ribassiste su alcuni oscillatori di momentum qualora oggi non si facessero nuovi massimi storici.

Il colpo di freno degli indici USA ha riportato i mercati europei a chiudere la quarta seduta negativa consecutiva. Piacevole eccezione il nostro Ftse-Mib, l’unico indice europeo in grado di svettare al rialzo. 

Dalla seduta americana ricaviamo perciò che il carburante messo da Powell non è bastato, per ora, ad innescare una continuazione convinta del rally di giugno dopo la pausa di inizio luglio. Forse i mercati azionari si sono già portati con la mente alle trimestrali che, a partire dalla prossima settimana, arriveranno a fornire altri argomenti di riflessione. Non dimentichiamo che le quotazioni azionarie dovrebbero incorporare le prospettive di utile futuro delle imprese quotate. Data la cautela degli analisti e il numero più alto del solito di Profit Warning che si sono succeduti nelle scorse settimane, non mi stupirei di vedere abbondanza di risultati trimestrali in calo.

Se così fosse diventerebbe difficile mantenere la rotta la rialzo, nonostante l’aiutino della FED. Se invece ancora una volta le trimestrali stupissero positivamente,  la droga monetaria che arriverà a fine mese potrebbe ancora far viaggiare gli indici.

Se l’azionario deve fare i conti con le trimestrali, a subire maggiormente le conseguenze della bontà di Powell è stato il dollaro, che si è prontamente svalutato. Il cambio Euro/Dollaro, che dopo il balzo a 1,14 del 25 giugno, era tornato a 1,12 nei giorni scorsi, ieri è rimbalzato con buona forza e potrebbe tornare presto a 1,14. 

Hanno beneficiato di Powell soprattutto gli asset correlati inversamente ai tassi di interesse americani, e tra questi i metalli preziosi ed in generale i beni rifugio.

L’oro, che per la verità si è risvegliato a fine maggio e da qualche seduta stava scaricando gli eccessi del balzo di giugno (da circa 1.300 dollari l’oncia a 1.440), ieri è sembrato voler riprende la corsa riportandosi sopra 1.420 e mostrando di voler combattere l’inedita battaglia tra beni rifugio che negli ultimi mesi si è materializzata e che vede come avversario il Bitcoin.

La cripto-valuta per eccellenza, che da aprile a fine giugno è schizzata al rialzo da quota 4.000 $, dove languiva da 5 mesi, fino a 14.000 $, viene considerata sempre più come l’antagonista virtuale del tradizionale metallo giallo per chi vuole mettere al sicuro capitali leciti ed illeciti. 

Siccome molti vedono i rischi di questa bolla speculativa che le banche centrali stanno gonfiando, non stupisce che, mentre sale azionario ed obbligazionario, vengano presi in considerazione anche questi vecchi e nuovi strumenti di protezione da quel rischio che le politiche monetarie accomodanti vogliono nasconderci.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online