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Powell trasforma il supporto in resistenza

Pierluigi Gerbino
·5 minuto per la lettura

C’è una trendline, tracciabile sull’indice USA SP500, che descrive molto bene il comportamento del mercato azionario americano dopo l’esagerato impulso rialzista prodotto ad inizio novembre dello scorso anno dall’effetto combinato di elezioni americane e prime autorizzazioni dei vaccini anti-Covid.

Essa rappresenta la nuova inclinazione rialzista che il mercato azionario USA ha deciso di seguire a partire dal massimo storico del 9 novembre. Unisce in modo molto preciso i minimi ascendenti realizzati dai tentativi di correzione attuati dall’indice dopo quel massimo storico. Dopo il primo del 10 novembre se ne contano altri 6, fino ad arrivare al 29 gennaio di quest’anno. Era un venerdì ed era l’ultima seduta del mese. Il panico che si sviluppò quel giorno, per colpa della vicenda Gamestop e dell’assalto dei social-trader all’establishment dei fondi hedge, spinse l’indice a chiudere la seduta sotto la trendline, che venne violata di ben 35 punti col minimo di seduta, ma solo di 15 dal valore di chiusura. Molti commentatori diedero per finito il trend rialzista ed evocarono forti estensioni del ribasso. Qualcuno addirittura fece previsioni di  imminenti crolli stile Lehman Brothers sul sistema finanziario USA.

Invece il lunedì successivo, primo giorno di febbraio, il mercato negò il segnale con un imponente rimbalzo e, siccome la negazione di un segnale è molto spesso un segnale contrario, partì il forte impulso rialzista della prima metà di febbraio, che riportò rapidamente l’indice a fare una serie di nuovi massimi storici, fino a raggiungere il 16 febbraio quel livello di 3.950 punti che ancora oggi si staglia come vetta inviolata.

La seconda metà di febbraio ci ha fornito una travagliata correzione che ha nuovamente messo alla prova questa trendline. Infatti il 26 febbraio è stata ancora testata, con una momentanea violazione, negata però dal rimbalzo del mercato, che ha riportato l’indice a chiudere la seduta leggermente al di sopra di essa. Mercoledì scorso 3 marzo l’indice è ancora una volta tornato a trovarla, fermandosi esattamente su di essa, a quota 3.820.

Ieri la seduta si presentava molto interessante, poiché l’apertura di Wall Street è stata a 3.818,5, cioè praticamente dove aveva terminato il giorno prima. Curiosamente da quelle parti (per la precisione a quota 3.809) passava anche la media  mobile esponenziale a 50 sedute, che in passato ha aiutato i rimbalzi del 1 e del 26 febbraio.

L’indice delle 500 principali società USA ha fatto una scivolata iniziale, ma poi si è riportato ben al di sopra della trendline, ricordandosi che alle ore 18 europee avrebbe parlato Powell ad una conferenza online del Wall Street Journal. Molti pensavano che Powell, sempre così generoso con i mercati, non avrebbe negato al mercato titubante quel sostegno monetario che gli ha sempre generosamente regalato, permettendogli di sconfiggere la forza di gravità e la forza della logica economica e finanziaria e di andare a realizzare massimi storici durante la più tremenda recessione del dopoguerra.

D’altra parte la necessità di lanciare un forte segnale monetario veniva anche dal comportamento del mercato obbligazionario, che mostrava di diffidare delle rassicurazioni che Powell ha inserito nella sua ultima Conferenza Stampa dopo il FOMC di febbraio, quando, per placare il timore di inflazione che aveva provocato il rialzo della parte lunga della curva dei rendimenti, affermò che l’inflazione per lungo tempo non avrebbe rialzato la testa in modo duraturo e che la politica monetaria sarebbe rimasta accomodante ancora per un bel po’. E, tanto per tranquillizzare ulteriormente, disse che la FED avrebbe avvisato con largo anticipo dei cambiamenti alla sua politica monetaria.

Per qualche giorno i rendimenti sono scesi e si sono stabilizzati intorno a 1,40% sul Treasury decennale. Ma mercoledì hanno ripreso a salire fin quasi a 1,50%. Segno che le rassicurazioni di Powell necessitavano anche di qualche fatto concreto per tornare a convincere. Qualcuno ipotizzava che Powell avrebbe annunciato l’avvio di una politica di controllo della curva dei tassi, come quella che attua la Banca del Giappone, che comunica al mercato quale sia il livello massimo disposta a tollerare e, se viene raggiunto, compra titoli ad oltranza su quelle scadenze per manipolare i prezzi e calmierare i rendimenti al livello voluto. Alla faccia del mercato.

Altri ipotizzavano che sarebbe bastato annunciare un allargamento del QE mensile, oppure una sorta di operazione Twist, che varò Bernanke qualche anno fa, consistente in un rimescolamento del mastodontico portafoglio titoli della FED, vendendo le scadenze brevi e comprando scadenze lunghe, in modo da diminuire la pendenza della curva dei rendimenti.

Alle 18 invece Powell ha deluso tutti, ripetendo più o meno lo stesso discorso fatto in precedenza: l’inflazione forse salirà, ma sarà per poco e noi saremo pazienti.

Traduzione: per ora non modifichiamo la nostra politica ed il mercato se ne faccia una ragione.

La delusione ha fatto schizzare i rendimenti del decennale dal 1,47%, dove stavano prima delle parole di Powell, fino al 1,57% di fine seduta.

L’azionario ha subito un tonfo dai 3.835 punti di SP500 prima delle parole di Powell, fino ai minimi di seduta delle ore 20 di 3.723. Il che significa quasi il 3% di calo in due ore.  Ovviamente la nostra trendline è stata sfondata in modo eclatante e nemmeno il rimbalzo tecnico delle ultime due ore è riuscito a fare il miracolo di riportare l’indice al di sopra. La chiusura è stata a 3.768 (-1,34%)

La differenza rispetto al caso del 29 gennaio è l’ampiezza dello sfondamento, che renderà molto difficile negarlo nella seduta odierna, sempre che, ammesso e non concesso, l’indice USA provi ad estendere il rimbalzo avviato nella parte finale della seduta di ieri.

La strada da fare è parecchia, dato che oggi la trendline passa da 3.830 circa e la prossima settimana dovrebbe ancora salire, arrivando al valore (3.834) che l’indice segnava prima che Powell deludesse gli investitori con le parole di ieri.

La settimana si avvia perciò ad un finale del tutto opposto rispetto a come si era aperta.

Salvo miracoli, ovviamente.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online