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Prima pagare moneta, poi vedere cammello

Pierluigi Gerbino
 

La lunga progressione rialzista dei mercati azionari è proseguita anche ieri, ma cominciano ad evidenziarsi segnali di stanchezza.

E’ questa la sintesi di quel che ci mostrano gli indici azionari principali, guidati, come di consueto, dai tre principali americani (SP500, Nasdaq100 e Dow Jones). Sia questi che quelli europei hanno esteso il rialzo in corso, che dura praticamente da oltre un mese, dopo che il 3 ottobre scorso è terminata la brevissima correzione delle prime sedute di ottobre. Sia gli indici europei che quelli americani hanno così ulteriormente migliorato il massimo annuale, che per gli indici di Wall Street è addirittura il massimo storico. Di poco, ma anche ieri i massimi di seduta hanno toccato terreni inesplorati.

Dal punto di vista operativo potrei chiudere qui il commento, dato che non c’è nessuna condizione di mercato preferibile a quella che realizza un nuovo massimo.

Però è anche vero che la durata del rialzo ha fatto raggiungere la tipica condizione di ipercomprato ad alcuni oscillatori che vengono usati per verificare le tipiche situazioni di eccesso.

Sul grafico a compressione oraria l’indice Eurostoxx50 staziona in ipercomprato praticamente da due sedute. SP500 è andato in ipercomprato col gap rialzista di lunedì e la lateralità che ne è seguita ha dato ieri un primo segnale di indebolimento. Considerato che il grafico daily per questi indici è ad un soffio dal livello di ipercomprato, traggo la conclusione che ormai i tempi stanno maturando per una correzione, magari veloce ed indolore, ma del tutto giustificata.

In questi casi è bene cercare se esistano altre spie di allarme lampeggianti.

Ce ne mostra qualcuna Sentimentrader.com, basandosi sui principali indici USA. Questo sito, specializzato in analisi sull’umore del mercato USA, fa notare quanto questo rialzo sia stato anomalo dal  punto di vista della partecipazione. Affinché un rialzo possa protrarsi occorre che la partecipazione dei settori  e dei titoli al rialzo sia corale. Se gli indici globali fanno nuovi massimi storici, la stessa cosa dovrebbe accadere alla maggior parte degli indici settoriali e dei titoli azionari che compongono l’indice. Invece questa volta, quando venerdì scorso SP500 ha sfondato il massimo storico, un solo indice settoriale dei 10 principali ha fatto altrettanto.

Sul Nasdaq si può osservare che, nel momento in cui l’indice ha fatto il massimo storico, meno del 50% dei titoli era in condizione rialzista, con un prezzo superiore alla media mobile a 200 periodi.

Il che significa che l’indice è trascinato soprattutto dai big e non mostra tra i suoi componenti tutta la salute che evidenzia il valore aggregato. 

La terza spia è relativa al mercato delle opzioni sull’indice SP500. Il rapporto tra opzioni ribassiste e opzioni rialziste (Put/Call Ratio) ha raggiunto il valore minimo dell’anno e mostra la grande euforia rialzista dei trader, che pensano più a cavalcare il rialzo che coprirsi dal rischio di ribasso.

Quando questi segnali sono comparsi in passato hanno comportato nella maggior parte dei casi risultati negativi nei 2-3 mesi seguenti.

Un ultimo campanellino d’allarme lo evidenzio io sul Vix, l’indice che misura la volatilità implicita delle opzioni sull’indice SP500 e viene considerato come il termometro della paura di ribasso che il mercato evidenzia. Quando l’indice SP500 sale il Vix è normale che scenda, e viceversa. Ebbene, negli ultimi giorni, a fronte di un indice SP500 che è salito in modo significativo, il Vix ha mostrato un comportamento divergente, stazionando al di sopra del minimo di periodo realizzato il 31 ottobre scorso. Spesso le divergenze anticipano le inversioni. 

Ovviamente le spie possono continuare a lampeggiare senza che gli indici se ne curino più di tanto. Possono invece suscitare allarme se succede qualcosa che catalizzi il malessere che aleggia e lo trasformi in prese di beneficio significative, innescando così la correzione.

Ieri non abbiamo avuto nulla in grado di rovinare i piani rialzisti del mercato, ma stamane sia il quotidiano giapponese Nikkei che quello cinese Global Times, considerato la gola profonda dell’amministrazione cinese, riportano indiscrezioni su una possibile frenata della Cina sull’accordo commerciale con gli USA, dato troppe volte per già fatto. Benché si siano fatti molti passi avanti nelle trattative, sembra che i cinesi non si accontentino di avere in cambio solo l’annullamento dei dazi annunciati per il 15 dicembre, ma pretendano, per firmare lo storico accordo, che Trump elimini anche quelli già in vigore su 375 miliardi di importazioni cinesi.

Non si accontentano del cessate il fuoco, ma vogliono il disarmo commerciale. O, se preferite, rivolgono a Trump la classica frase: Prima pagare moneta, poi vedere cammello.  

Come prenderanno gli americani questa richiesta è tutto da vedere. Come la prenderanno i mercati è il tema del giorno. 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online