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Propensione al rischio, diversificazione e obiettivi di rendimento

Quanta parte del proprio portafoglio investire? Per quanto tempo e con quali rischi? Sono alcuni dei quesiti che dovrebbero precedere qualsiasi scelta di investimento. Dubbi che spesso trovano risposte incrociate tra loro.

La propensione al rischio

Il livello di assunzione del rischio, vale a dire la perdita massima che si è disposti a sopportare, è legato a una serie di fattori. Innanzitutto al proprio carattere: c’è chi segue l’andamento dei propri titoli in tempo reale e in costante stato ansioso e chi invece effettua controlli solo periodici. Chi non dorme la notte se l’investimento sta andando male e chi media al ribasso confermando le proprie scelte.

Gli obiettivi di rendimento

Il concetto di rischio è legato agli obiettivi di rendimento, cioè la stima del reddito che verrà generato dall’investimento. Principio, che a sua volta, dipende strettamente dall’orizzonte che ci si è dati: chi investe soldi che pensa di dover utilizzare da lì a breve tenderà (o, quanto meno, la prudenza suggerisce questo) a effettuare investimenti meno rischiosi rispetto a chi mette da parte una somma che non gli servirà prima di quattro o cinque anni, e può quindi accettare la volatilità dell’investimento. Ci sono poi i condizionamenti esterni, che si intersecano con la psicologia: nelle fasi negative dei mercati, la maggior parte degli investitori tende a ridurre l’esposizione al rischio, mentre il contrario avviene nelle fasi di euforia.

Tutte queste considerazioni vanno poi calate nel momento storico in cui avviene l’investimento: fino a tre o quattro anni fa esistevano griglie ben definite di rischio, almeno a livello di percezione. Si era soliti dire che l’investimento in emissioni sovrane europee erano risk free, perché era inimmaginabile che uno Stato potesse rischiare il fallimento. La vicenda greca e i tremori italiani e spagnoli poi, hanno mutato completamente lo scenario.

Il ruolo della diversificazione

Concentrare il patrimonio su un unico strumento finanziario è rischioso perché si rimane eccessivamente legati alle sorti di quest'ultimo, nel bene e nel male. Al contrario, comporre un portafoglio diversificato consente di ridurre i rischi e dare più stabilità ai risultati: in sostanza, diventa più difficile che si producano rialzi mirabolanti, ma al tempo stesso che vi siano rovesci pesanti.

La diversificazione può avvenire sotto diversi profili. Innanzitutto c’è quello quantitativo: inserire in portafoglio cinque azioni anziché una sola riduce il rischio complessivo dell’investimento. Il secondo profilo è di tipo qualitativo e può incidere sia in campo settoriale (per esempio, a un’azione del settore energy si affianca una dell’hi-tech e un’altra del pharma) e geografico (titoli italiani, americani e giapponesi). Infine c’è l’aspetto più importante, la diversificazione per classi di investimento, con le azioni che possono essere affiancate da commodity e bond. Considerato che è difficile riuscire a prevedere quale sarà quello vincente, investendo in classi differenti è possibile compensare l’eventuale andamento negativo di una componente con quello positivo di un’altra.

Detto dell’importanza di diversificare, è bene però non farsi prendere troppo la mano:  inserire decine di prodotti (compresi anche quelli del risparmio gestito) in portafoglio non solo non permette di seguire con costanza l’andamento degli investimenti, ma comporta anche una serie di costi – da quelli di compravendita alle eventuali commissioni di ingresso previste da alcuni fondi – che rischiano di limitare sensibilmente la performance complessiva di portafoglio.
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