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Qualche nuvola è in arrivo

Pierluigi Gerbino
 

Dopo un mese e mezzo passato a salire, scontando il taglio dei tassi di interesse da parte della FED e la ripresa dei colloqui di pace tra USA e Cina, la terza settimana di luglio è iniziata, lunedì scorso, con la realizzazione del nuovo record assoluto da parte dei tre principali indici azionari americani (SP500, Dow Jones e Nasdaq100). Ma dopo questo ultimo tappo di spumante, il resto della settimana ha visto emergere consistenti prese di beneficio, che hanno riportato indietro questi indici di circa un punto e mezzo dai massimi ed hanno realizzato la prima candela settimanale chiaramente correttiva dalla fine di maggio.

Che cosa sia successo può essere spiegato, come al solito, in due modi. Cercando motivazioni economiche o psicologiche a quel che succede sui mercati, oppure guardando, asetticamente, quel che i grafici ci mostrano.

Con la prima modalità di analisi, possiamo evidenziare che le tre principali aspettative su cui i mercati hanno costruito tutto il rally di giugno e metà luglio, hanno avuto vicende alterne. La prima (taglio dei tassi) è stata “telefonata” non solo da Powell all’inizio del mese, nelle audizioni al Congresso, ma confermata da numerosi  interventi pubblici dei suoi colleghi del FOMC, che possono parlare fino ad una settimana prima della riunione FOMC, per poi ritirarsi in un rigoroso silenzio.

Ebbene, le dichiarazioni favorevoli ad un intervento “rapido e determinato” sono state un ritornello quasi sempre presente negli interventi pubblici, al punto che il taglio di un quarto di punto dei tassi sui FED Fund è dato per certo al 100% dalle quotazioni dei rendimenti a termine. Anzi, l’ansia interventista che si è respirata la scorsa settimana ha portato addirittura l’ipotesi aggressiva di un taglio doppio, di mezzo punto percentuale, a superare il 50% delle probabilità attribuite dai mercati, rendendola di fatto quasi scontata. 

La seconda, la ripresa dei colloqui USA-Cina, ha subito invece un certo rallentamento, con Trump che è tornato a minacciare di introdurre i dazi al momento sospesi, e Mnuchin che ha ammesso che le distanze sono ancora piuttosto ampie. Intanto si moltiplicano gli studi che evidenziano i danni che la guerra commerciale sta infliggendo alla crescita, soprattutto a quella cinese, mentre circa un terzo delle imprese USA che ha presentato problemi sui conti ne ha attribuito la colpa proprio alla guerra dei dazi.

Il terzo motivo del rally, era a mio parere,  la convinzione che anche questa tornata di trimestrali sarebbe stata archiviata senza una grave contrazione dei risultati, grazie all’abitudine delle imprese USA  di battere le previsioni degli analisti, che per il trimestre ora sotto osservazione prevedono un calo degli utili di quasi -3% sull’analogo trimestre dello scorso anno. Siccome il numero di trimestrali divulgato finora è un campione ancora molto basso per trarre conclusioni, su questo tema occorre attendere ancora la presente settimana, che vedrà un numero consistente di annunci. Però direi che le sorprese eclatanti che mettono tutti d’accordo, finora non si sono viste, mentre il settore che ha comunicato in abbondanza per primo i risultati, quello bancario, ha un po’ allarmato i mercati trasmettendo difficoltà a mantenere già ora un margine di interesse profittevole, con i manager un po’ preoccupati sulla capacità di generare utili se dovesse arrivare una contrazione significativa dei tassi da parte della FED. Del resto se il calo dei tassi riempie il bicchiere dei debitori, necessariamente svuota la bottiglia dei finanziatori.

Il quadro d’insieme dello scenario ha perciò fatto emergere, se non un profondo cambiamento di sentiment, quantomeno la tendenza a togliere qualche soldo dal piatto, mediante prese di beneficio che hanno condotto gli indici a flettere per quasi tutta la settimana ed a mostrarci grafici meno splendenti di come si vedevano ad inizio settimana.

Occorre infatti prendere atto che ancora una volta (è la terza dal 20 giugno) il livello di 70 dell’indicatore RSI(14) ha fermato le velleità euforiche dell’indice ed imposto la retromarcia. Al momento la correzione che si vede è piuttosto contenuta e si mantiene nell’ordine di grandezza delle due che l’hanno preceduta a fine giugno ed inizio luglio. Entrambe hanno ripulito un po’ di eccessi ed hanno permesso all’indice di tornare a trottare verso nuovi massimi. Potrebbe succedere la stessa cosa anche questa volta. Tuttavia debbo segnalare un tantino di retrogusto amaro che emerge dall’osservazione della brutta candela segnata venerdì scorso da SP500. La seduta, dopo un’apertura in gap rialzista oltre quota 3.000, che sembrava voler riportare i valori nei pressi dei massimi di inizio settimana, è stata frustrata da un dietrofront immediato e persistente, che ha condotto a chiudere a 2.977, solo 4 punti al di sopra dei minimi settimanali di 2.973, realizzati giovedì.

La defaillance non indica ancora l’inversione ribassista della tendenza. Ma è un campanello d’allarme che induce alla cautela, poiché il modello disegnato venerdì (bearish engulfing) non è rassicurante, e potrebbe, se non venisse prontamente negato da una partenza di settimana col piede giusto,  condurre in fretta a testare la media mobile a 20 sedute, che passa oggi da 2.970 e successivamente 2.963, il minimo della correzione di inizio luglio. Se questo avvenisse la correzione assumerebbe immediatamente connotati più preoccupanti, che non andrebbero sottovalutati.

Le ultime righe del commento sono riservate al nostro Ftse-Mib, che venerdì, con un calo del -2% ha pagato violentemente il conto delle bevute rialziste delle settimane precedenti, quando figurava quasi quotidianamente in cima al podio degli indici azionari europei. Venerdì il ceffone è stato evidente quanto inatteso, ed ha violato due supporti in un sol colpo: 22.050 e 21.820, fornendo un significativo segnale di inversione ribassista di breve termine. Il primo obiettivo ribassista pare quota 21.000.

La battuta d’arresto è arrivata proprio quando dal versante politico sembravano tornati i ramoscelli d’ulivo, ma soprattutto quando si è chiusa la finestra utile per far saltare il governo e chiedere elezioni in autunno. Salvini ha tentennato ed ora dovrà affrontare l’autunno caldo della manovra, con il capestro dell’indagine sul Russiagate all’italiana che sta scoprendo sempre nuovi indizi e con l’alleato pentastellato che giocherà di rimessa, sperando che i guai giudiziari la maratona finanziaria che si aprirà dopo le ferie logorino soprattutto la Lega.

I mercati forse speravano che il governo saltasse e che San Mattarella facesse il miracolo del governo tecnico. Ora constatano che la telenovela proseguirà almeno fino all’autunno, che rischia di essere ben più difficile di quello dello scorso anno. Come biasimare chi porta a casa un rendimento sui BTP tornato al 1,5%, e si intasca il regalo che Draghi ci ha fatto prima di fare le valigie? 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online