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Quella forte voglia di normalizzazione

Pierluigi Gerbino
·4 minuto per la lettura

Che novembre fosse partito a razzo sui mercati finanziari lo avevamo già constatato esaminando la prima settimana del mese, condizionata dalle scommesse elettorali su una vittoria dimezzata di Biden, ritenuta il miglior scenario possibile per i mercati.

La seconda settimana del mese, appena terminata, non ci ha però portato la consacrazione definitiva del nuovo Presidente americano. E’ vero che Biden è stato ufficialmente confermato vincitore della sfida elettorale, ed ha ricevuto i complimenti da parte dei principali leader mondiali, con la vistosa eccezione degli amici di Trump, cioè Putin e Bolsonaro. Ma gli strani meccanismi istituzionali americani prevedono che la transizione ed il passaggio di consegne tra il presidente uscente e quello appena eletto possano cominciare solo dopo la fatidica telefonata di riconoscimento del risultato elettorale da parte dello sconfitto.

Evidentemente la tradizione, mai scritta, ma sempre rispettata come sacra consuetudine, non prevedeva di avere un giorno a che fare con un presidente capriccioso come Donald Trump, che, come i bambini che appena subiscono un goal strillano che non vale e vogliono portare a casa il pallone, continua a chiedere sempre nuove verifiche legali ai conteggi elettorali. Ripete all’ossessione che gli americani lo hanno eletto e che l’avversario gli ha rubato la vittoria ed incita alla protesta i suoi molti sostenitori, col risultato che la tensione sociale sale, mentre la macchina amministrativa è ferma alla porta della Casa Bianca in attesa che qualcuno apra.

Prende corpo uno scenario di paralisi, quello peggiore tra quelli che si potevano prevedere dopo le elezioni, con l’aggiunta di un coronavirus che colleziona un record dopo l’altro nei numeri quotidiani dei contagi e dei morti, e costringe i governatori di molti stati USA a misure di lockdown sempre più severe e foriere di nuove cadute produttive.

Questo scontro tra presidenti e quello tra Trump ed il buon senso avrebbero dovuto provocare una correzione all’entusiasmo della prima settimana. Forse sarebbe andata proprio così se, proprio lunedì scorso, non fosse giunta, inaspettata nei tempi ed anche nel merito, la notizia dei clamorosi e positivi risultati nei test sul vaccino anti-Covid di Pfizer, per il quale si annuncia una rapida approvazione da parte dell’Agenzia del Farmaco USA ed una partenza delle vaccinazioni già entro fine anno. La notizia ha immediatamente scatenato nuove e poderose scommesse rialziste sulla “liberazione” dal virus e sulla normalizzazione degli scenari economici nel prossimo anno.

Ecco allora che la seconda settimana del mese di novembre ha portato una seconda ondata di acquisti sui mercati azionari occidentali concentrata quasi tutta nella seduta di lunedì scorso e solamente in piccola parte corretta in quelle successive.

La palma del rialzo settimanale più corposo è andata ancora una volta all’Europa. Eurostoxx50 ha praticamente ripetuto la candela disegnata in quella precedente e dopo il +8,3% della prima settimana del mese si è incrementato di un altro +7,12%. Ancor più dell’indice delle 50 blue chips d Eurolandia hanno brillato il Cac francese (+8,45%) e soprattutto l’Ibex spagnolo (+13,29%), mentre sono andati solo un po’ più adagio il FtseMib italiano (+6,21%) ed il Dax tedesco (+4,78%).

In USA la settimana ha visto una salita non uniforme. Molto premiata la old economy con il Dow Jones a +4,08% e soprattutto il Russell2000 delle small cap, con +6,1%. Decisamente meno brillante SP500 con “solo” +2,16%, mentre il Nasdaq ha addirittura segnato un lieve calo (-0,55%).

Dalle differenti performance si evince ad occhio nudo la rotazione settoriale che è partita sui mercati, pur nell’ambito di un generale “sollievo” per la visione del vaccino in fondo al tunnel della pandemia.

I settori che esprimono business “tradizionali”, perché legati alla mobilità a cui eravamo abituati e alla fruizione di servizi di massa, che il virus impedisce, sono stati fortemente premiati e tentano di risollevarsi dal limbo in cui i lockdown li avevano schiacciati. I settori tipici dello “stay at home business” vengono invece venduti per intascare i succosi profitti che la pandemia aveva generato.

Notiamo che, sebbene la notizia del vaccino sia giunta dopo che i mercati erano già abbondantemente rimbalzati per la scommessa elettorale che al momento non è ancora stata vinta, la pochezza della correzione attuata nelle successive sedute e l’accenno di ripartenza mostrato nella seduta di venerdì scorso, lasciano aperta la porta ad un ulteriore allungo da praticare questa settimana. Quasi tutti gli indici (eccettuato il debole Nasdaq100) mostrano modelli grafici in formazione chiamati “Bull Flag”. Si tratta di modelli che si verificano quando il mercato ha realizzato già un forte rally e decide di attuare una breve pausa di poche sedute per recuperare energie e piazzare un ulteriore allungo. 

Il superamento di 3.588 da parte di SP500 e del massimo segnato la scorsa settimana per gli indici europei e per il Dow Jones, potrebbe perciò preludere ad un nuovo strappo rialzista, magari non clamoroso come i precedenti, ma sufficiente a far segnare all’indice delle 500 blue chips americane un nuovo massimo storico e a quello delle 50 blue chips europee consentire di ridurre la ancora ampia distanza che  lo separa dai massimi pre-pandemia di quota 3.867.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online