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Questa sugar tax serve a far cassa, non alla salute

La Voce

La legge di bilancio 2020 prevede una tassa sulle bevande zuccherate. Dà anche tempo alle aziende produttrici di rivedere le loro strategie. Gli obiettivi sembrano chiari, ma la possibilità di raggiungerli dipende dal modo in cui si disegna la norma.

Gli obiettivi della sugar tax

L’articolo 82 del disegno di legge relativo al bilancio di previsione dello stato 2020 introduce una tassa sul consumo di bevande zuccherate nella misura di 10 euro per ogni 100 litri di bevanda. La misura fa parte del Titolo II del disegno di legge, intitolato “Misure fiscali a tutela di ambiente e salute”. Non è invece prevista una tassa sulle “merendine”. Il provvedimento entrerà in vigore a ottobre 2020 per dare tempo ai produttori di ridisegnare le strategie produttive.

La tassa si ispira al classico principio dell’imposta pigouviana per contrastare effetti negativi di un comportamento. Se il consumo di bevande zuccherate causa obesità, diabete e malattie cardiovascolari, che generano spese sanitarie a carico di tutti (fiscal externalities), una sugar tax che lo disincentivi avrà l’effetto di ridurre i costi sanitari collettivi aggiuntivi generando un beneficio per tutti. A questo si aggiungono i proventi fiscali della tassa. L’economia comportamentale (Hunt Allcott, Benjamin Lockwood e Dmitri Taubinsky “Should We Tax Sugar-Sweetened Beverages? An Overview of Theory and Evidence”) evidenzia come, oltre alle esternalità negative, i consumatori causino “internalità negative”, cioè danni alla propria salute futura. In questo caso, il beneficio della tassa sarà più alto per chi più consuma zucchero: oltre a beneficiare della riduzione dei costi sociali per la quota parte di loro competenza, otterranno anche una diminuzione dei costi interni in termini di miglioramento della propria salute. E se il consumo di questi prodotti è più alto tra i redditi più bassi, queste stesse classi di reddito potrebbero trarre maggior beneficio dalla sugar tax. La sua presunta regressività sarebbe dunque controbilanciata dalla probabile progressività dei benefici.

Tassare lo zucchero aggiunto non il liquido

Il principio alla base delle tasse correttive è che siano proporzionali al danno alla salute. Nel caso delle bevande zuccherate, è determinato dal contenuto di zucchero aggiunto. Dunque, la tassa dovrebbe essere proporzionale al contenuto di zucchero nelle bevande e non al liquido (Hunt Allcott, Anna Gammon, Benjamin Lockwood e Dmitri Taubinsky e, “Designing better sugary drink taxes. Tax the sugar, not the liquid”).

Poiché le bevande zuccherate sono eterogenee in termini di contenuto di zuccheri, disegnare e amministrare una tassa differenziata per tipologia di bevande sembra più complicato che introdurne una costante per unità di volume. Perciò in alcuni paesi, come l’Italia, è prevista una sua struttura semplificata nella forma di un importo costante per unità di volume. In realtà, Mauritius, Sri Lanka e Sud Africa hanno una sugar tax basata sul contenuto di zuccheri, dunque realizzare e attuare una tassa sul contenuto di zucchero anziché volumetrica non è poi così difficile. Dal 2012 al 2017 la Francia ha attuato una sugar tax di 7,16 euro per 100 litri di bevanda, che nel 2018 è stata trasformata in una accisa proporzionale al contenuto di zuccheri aggiunti con un esplicito obiettivo di tutela della “salute pubblica” e così da incentivare i produttori a rimodulare il contenuto di zuccheri dei prodotti. Dal 2018, il Regno Unito ha una sugar tax denominata “Soft Drink Industry Levy (Sdil)” esplicitamente indirizzata ai produttori e modulata in base al contenuto di zucchero: bassa per le bevande poco zuccherate, alta per quelle molto dolci.

Tuttavia, l’obiettivo di correggere costi esterni e interni viene raggiunto solo parzialmente se i consumatori sostituiscono lo zucchero delle bevande edulcorate con quello di alimenti non colpiti dalla sugar tax – per esempio le merendine. Una tassa per litro non incentiva i consumatori a sostituire le bevande ad alto contenuto di zucchero con alimenti a basso contenuto di zucchero, ma li spinge a sostituire il bene tassato con uno non tassato, che però potrebbe avere lo stesso contenuto di zuccheri del primo. E non incentiva nemmeno i produttori a ridurre il contenuto di zuccheri dei prodotti, nonostante i dieci mesi aggiuntivi concessi dalla legge di bilancio 2020.

Ma se l’obiettivo di tutela della salute pubblica fallisce, riemerge la questione della regressività, cioè del maggior peso della tassa sui redditi più bassi, perché la neutralizzazione di questo aspetto è legata alla realizzazione di più alti benefici per i consumatori a reddito più basso.

L’unico vantaggio della sugar tax volumetrica rimarrebbe quello di generare introiti fiscali.

Di Silvia Tiezzi

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online