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Raccontando le donne fulani, "Le impazienti" di Djaïli Amadou Amal racconta tutte le donne

·5 minuto per la lettura
Photo credit: Jean-Marc ZAORSKI - Getty Images
Photo credit: Jean-Marc ZAORSKI - Getty Images

Djaïli Amadou Amal, attivista e scrittrice, anzi attivista anche attraverso la sua scrittura, racconta nei suoi romanzi la condizione delle donne fulani in Camerun – matrimonio forzato, poligamia, violenza coniugale, consenso – ma anche una condizione universale nella quale tutte possiamo riconoscerci: una storia di sistematica sopraffazione. Quello che racconta lo conosce bene per averlo affrontato lei stessa. A 17 anni è stata costretta ad accettare un matrimonio precoce e imposto con un uomo di 50 anni scelto dalla sua famiglia di cui riesce a liberarsi solo 5 anni dopo, nel 1998. Dieci anni dopo lascia anche il secondo marito, un uomo che si è rivelato violento, fuggendo a Yaoundé con le sue figlie. “Il giorno in cui le mie figlie si sposeranno, sarò abbastanza forte per oppormi” ha detto in un’intervista. A Yaoundé trova un lavoro, vende i suoi gioielli e compra un computer. Inizia a scrivere con un obiettivo preciso, smascherare gli ingranaggi che stritolano la vita delle donne sacrificando ogni possibilità di felicità a favore dei mariti e dei figli.

Nel 2012 fonda anche un’associazione, Women of Sahel, che promuove l’istruzione femminile. Come attivista è convinta che sia fondamentale “mostrare alle ragazze un’altra immagine” della donna nella quale possano identificarsi. Se si continua a dire loro che non hanno altra scelta che diventare mogli e madri non hanno altre immagini su cui proiettarsi. È questo il suo più grande impegno, difendere le donne che non hanno voce prestando la propria: “non solo credo che la letteratura possa cambiare la realtà, ma ne sono la prova, mi ha salvato la vita.” Non a caso la stampa camerunense l’ha definita “voce dei senza voce”.

Photo credit: Jean-Marc ZAORSKI - Getty Images
Photo credit: Jean-Marc ZAORSKI - Getty Images

Le impazienti, suo terzo romanzo e primo pubblicato in Italia (da Solferino con la traduzione di Giovanni Zucca), sviscera queste tematiche dal punto di vista di tre donne. Le loro storie sono diverse ma al tempo stesso legate a un solo destino. Ramla deve rinunciare a studiare e al suo vero amore per diventare la seconda moglie di un uomo molto più vecchio. Sua sorella Hindou, in apparenza più fortunata perché destinata a un cugino giovane e bello, subisce sistematiche violenze. Safira è la prima moglie del marito di Ramla e perciò è costretta a odiarla. Non tanto perché deve condividere con lei l’uomo che ha sposato ma perché da questo contesto è esclusa ogni solidarità femminile. Ogni nuova moglie rappresenta un pericolo per se stesse e i propri figli perché ne mette a repentaglio la sicurezza fisica ed economica.

Formalmente, il matrimonio dovrebbe garantire la protezione delle donne dall’indigenza, in realtà perpetua un sistema patriarcale che si fonda sul controllo della donna e di ogni sua possibile deviazione dalla norma. A supportare la cultura tradizionale interviene anche l’interpretazione dei testi sacri che avvalora un’usanza troppo spesso tramandata dalle stesse madri che inculcano alle figlie sin da bambine la necessità del munyal.

Alle donne non è concessa l’indipendenza e il solo modo che hanno per sottrarsi a questo capestro è fuggire. Il che significa perdersi. Senza la protezione della famiglia o di un uomo sono destinate alla riprovazione sociale e all’emarginazione, oltre che alla povertà. L’unica soluzione che viene prospettata alle ragazze è il munyal, la pazienza. “Pazienza, munyal, bambina mia, stai entrando in un mondo fatto di dolore. Sei così giovane, così impaziente, ma sei una ragazza, quindi ricordati, munyal, per tutta la vita. E comincia subito, perché il tempo della felicità è breve per una donna. Pazienza, figlia mia, già fin d’ora”. Inevitabile, leggendo, empatizzare con le protagoniste. Non soltanto perché abbiamo già conquistato molti dei diritti a loro negati e percepiamo la loro situazione come un’ingiustizia, ma anche perché il messaggio è più universale: ci mette in guardia dal subdolo consiglio, che in realtà è una minaccia, di portare pazienza.

Photo credit: Jean-Marc ZAORSKI - Getty Images
Photo credit: Jean-Marc ZAORSKI - Getty Images

Le donne del libro di Djaïli Amadou Amal sono impazienti perché lottano per sopravvivere in un mondo brutalmente dominato dagli uomini. Per l’autrice, e lo sostiene anche l’Unicef che se ne occupa attivamente, la questione del matrimonio precoce e lo scarso accesso all’istruzione femminile vanno di pari passo. In molte culture sub-sahariane, spiega Djaïli Amadou Amal, sposare le figlie molto giovani non è solo una questione culturale ma anche economica perché il matrimonio genera un introito alla famiglia d’origine della sposa. L’estrema povertà è spesso il primo motore della persistenza di tradizioni che le leggi odierne vietano, anche se sono spesso ignorate. Dovendosi sposare così giovani e occuparsi subito dei figli, le ragazze non hanno accesso all’istruzione. E non avendo accesso all’istruzione restano prigioniere di una situazione che le vessa.

L’autrice ammette di aver trovato proprio nei libri la consapevolezza che esistono realtà diverse e che il contesto sociale in cui viveva non era la norma. “Grazie alla lettura mi sono salvata”. La lettura è stato il modo per evadere dalla realtà, prima solo con l’immaginazione, poi con il coraggio della fuga. La scrittura invece è diventata lo strumento per provare a migliorare anche la vita delle altre donne costrette a esercitare il munyal. Pazientare, accettare le cose, sacrificarsi, non lamentarsi, nascondere le violenze, sottomettersi sempre. Questa costante censura della libertà, che inizia con il privarle del diritto di consenso, viene imposta alle donne per tutta la vita. Le protagoniste del romanzo, ciascuna a modo suo, ciascuna con esito diverso, si ribellano a questo dogma.

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