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Rallentamento della Cina e le crepe nell'economia mondiale

Francesco Simoncelli
 

Gli ultimi numeri pubblicati dall'ufficio statistico cinese hanno alimentato timori riguardo le prospettive dell'economia mondiale, dal momento che la superpotenza asiatica ha fatto registrare il tasso di crescita più lento sin dal 1990. I dati mostrano una crescita del 6,6% per il 2018, confermando l'opinione diffusa che il motore della crescita economica mondiale sta perdendo energia.

Le vulnerabilità vanno al di là della guerra commerciale

L'indebolimento della crescita della Cina è stato ampiamente attribuito alle frizioni commerciali con gli Stati Uniti. In una certa misura questo è vero, in quanto la controversia commerciale pesa su entrambi i Paesi con miliardi di dollari di dazi da una parte e dall'altra. Il "cessate il fuoco" di 3 mesi concordato durante l'ultima conferenza del G20 a Buenos Aires si è concluso tre giorni fa e se non si raggiungerà un nuovo accordo, le ostilità sono destinate a riprendere. Donald Trump ha minacciato un dazio del 25% su $200 miliardi di importazioni cinesi, un passo che alimenterà forti pressioni sulla già vulnerabile economia cinese e ne peggiorerà le prospettive.

Tuttavia la guerra commerciale è solo uno dei tanti problemi della Cina. Anche se sarà siglato un nuovo accordo commerciale, sarà probabilmente solo temporaneo. Le ragioni del rallentamento della crescita sono molto più profonde e dipingono un'immagine davvero preoccupante del futuro. E mentre le crepe stanno appena iniziando ad uscire fuori, le loro origini risalgono addirittura al 2008.

All'indomani della crisi finanziaria, la Cina sembrava essere uno dei pochi Paesi ad esserne uscita incolume. Mentre i suoi pari occidentali sprofondavano nel caos e nella disperazione, la sua economia continuava ad andare bene, quasi come se nulla fosse realmente cambiato. Tuttavia questa situazione ha avuto un costo estremamente elevato. La Cina ha accumulato una quantità senza precedenti di debito. Già a metà del 2018 il debito pubblico totale in rapporto al PIL era salito oltre il 250%, un'esplosione gigantesca dal 140% di un decennio prima. Oggi, secondo i numeri di Goldman Sachs, supera il 300%, rendendo vani gli sforzi del governo di progettare un "atterraggio morbido".

Mentre il governo cinese cercava di ridurre la leva finanziaria e di frenare alcuni dei suoi eccessi passati, l'entità del danno è iniziata a venire alla luce. Il Paese è pieno di fabbriche in perdita, con capacità produttiva in eccesso e società "zombi" insolventi, tutte parti di un'economia creata dal debito, dalla corruzione e dall'estrema centralizzazione del potere nelle mani del Partito comunista cinese. Dopo anni di spese aziendali folli con denaro preso in prestito, nel 2018 il tasso di insolvenza del debito societario ha stabilito nuovi record.

Anche il settore bancario è paralizzato, con prestiti non performanti che raggiungono il livello più alto da un decennio a questa parte. Poiché le cifre ufficiali della Cina sono in gran parte inattendibili, l'analisi indipendente e le stime condotte dalla ricerca autonoma ci dicono che le perdite effettive delle banche cinesi arrivano a $8.500 miliardi. Tale cifra rappresenta il 24% del credito totale, moltiplicando per cinque le stime delle proiezioni ufficiali riguardo i prestiti su cui i debitori non riescono a tenere il passo con rate pianificate o pagamenti degli interessi.

Anche i deflussi di capitali rappresentano una seria sfida: nonostante le severe misure del Paese e gli sforzi per prevenirli, la fuga di capitali è dilagante. Gli investitori cinesi sono stati accusati di far salire i prezzi degli immobili in molte capitali occidentali, un concetto non del tutto infondato visto che nel 2018, secondo la National Association of Realtors, sono risultati i migliori compratori di immobili residenziali negli Stati Uniti per sei anni consecutivi.

Infine anche le prospettive di lungo termine della Cina appaiono fosche. Le tendenze demografiche rappresentano un pesante onere per il Paese e per la sua capacità di sostenere la crescita economica. Nonostante gli sforzi del governo negli ultimi anni per incoraggiare i suoi cittadini ad avere più figli, gli ultimi dati mostrano che il tasso di natalità sta raggiungendo i livelli minimi sin dal 1949, poiché il numero di bambini nati in Cina nel 2018 è sceso di 2 milioni. Sebbene nel 2016 il Paese abbia finalmente allentato la politica del figlio unico, i tassi di natalità non sono aumentati, mentre a lungo termine sono stati arrecati gravi danni al suo sviluppo sociale ed economico. Oltre alla palese repressione e alle violazioni dei diritti umani (che si stima abbia prevenuto circa 400 milioni di nascite), ha anche provocato una diminuzione della forza lavoro, squilibri di genere e l'aumento di quella parte di popolazione composta da vecchi. Secondo uno studio della China Academy of Social Sciences (CASS), la popolazione del Paese, ora a 1,4 miliardi, dovrebbe raggiungere un picco di 1,44 miliardi entro il 2029. Successivamente si prevede che entrerà in un periodo prolungato di "inarrestabile" declino, con la popolazione nella forza lavoro che scenderà di ben 200 milioni entro il 2050, mentre la proporzione di pensionati è destinata ad aumentare costantemente fino al 2060.

Impatto a livello globale

L'economia cinese rappresenta quasi un terzo della crescita mondiale e ha il primato nel commercio mondiale, trainandosi dietro tutti gli altri Paesi. Ciò significa che un rallentamento economico non è solo un problema della Cina, influisce su molti Paesi che hanno diversi gradi di esposizione alla superpotenza asiatica. Alla fine di gennaio il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le sue stime riguardo la crescita globale al 3,5%, un calo notevole rispetto al tasso del 3,7% registrato nel 2018 e un'inversione rispetto ai tassi di crescita degli anni precedenti. Questo pessimismo è tutt'altro che esclusivo al FMI, perché anche le previsioni della Banca mondiale e dell'OCSE sono altrettanto pessimiste. Tra le ragioni comuni per il rallentamento della crescita c'è la preoccupazione per la Cina. Come ha avvertito Citigroup in una nota a metà gennaio, un crollo in Cina può "spazzare via l'economia globale".

Un rallentamento economico sarebbe particolarmente doloroso per l'Asia e per molti mercati emergenti, poiché per gran parte dell'ultimo decennio sono diventati dipendenti dalla Cina e dalla sua robusta domanda di materie prime e materiali. Tuttavia non sarà solo l'Asia a risentire dell'impatto della contrazione della domanda: anche Germania, Stati Uniti e Australia sono fortemente esposti a questo rischio. Ciò è particolarmente preoccupante nel caso della Germania, poiché essa gioca un ruolo decisivo nel futuro economico dell'Eurozona. Dato che è già debole e si trova di fronte a forti venti contrari, le ulteriori pressioni provenienti dalla Cina non potrebbero arrivare in un momento peggiore.

L'impatto delle preoccupazioni economiche in Cina è già stato avvertito da aziende di livello internazionale. Le vendite di auto in Cina sono scese ad un minimo di 7 anni, indebolendo case automobilistiche come Volkswagen e Toyota, mentre un significativo calo delle vendite di iPhone ha inferto un duro colpo al prezzo delle azioni di Apple.

Nel complesso, i problemi affrontati dalla Cina erano ampiamente prevedibili. Una nazione sepolta da montagne di debiti avrebbe dovuto affrontare l'elefante nella stanza: la crescita alimentata dal credito è solo un'illusione e non è sostenibile. A mano a mano che la realtà bussa alle sue porte, le cupe previsioni per la Cina dovrebbero servire da monito per gli investitori in Occidente, dove i governi hanno tentato di usare gli stessi metodi per sostenere le loro economie.

A questo punto il danno è irreversibile e l'imminente rallentamento economico globale esporrà le profonde crepe nel nostro sistema. Per gli investitori, mentre la tempesta inizia ad insinuarsi, è giunto il momento di adottare misure proattive e proteggere la propria ricchezza attraverso un solido portafoglio di metalli preziosi e criptovalute.

Infine, è particolarmente significativo il fatto che la Cina abbia accelerato i suoi acquisti di oro negli ultimi decenni e aggiunto grandi quantità alle sue riserve. Sebbene la People's Bank of China (PBoC) si collochi ancora al quinto posto tra le nazioni del mondo che accaparrano oro, le stime dei possedimenti totali d'oro tra gli individui, le grandi aziende ed i minatori segnalano 20.000 tonnellate. Questo dimostra che le persone hanno capito da molto tempo che se si vuole essere indipendenti, bisogna proteggere la propria ricchezza ed i propri risparmi con un asset che non può essere creato dal nulla, svalutato e manipolato arbitrariamente.

Di Claudio Grass

Traduzione di Francesco Simoncelli

Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online