Italia Markets closed

Recessioni in un libero mercato & in un mercato ostacolato

Francesco Simoncelli
 

Nell'attuale contesto economico esistono due grafici che sono altamente disturbanti e che basterebbero a qualsiasi persona dotata ancora di buon senso per capire fino a che punto è arrivata la manipolazione dei mercati. È come guardare l'abisso negli occhi e restare impietriti di fronte al suo sguardo di rimando. Nessuno sano di mente può credere che una situazione del genere possa continuare indefinitamente. E, soprattutto, nessuno sano di mente può considerare fisiologica una "ripresa" economica basata su sabbie mobili come quelle che si vedono nei seguenti grafici. Il primo ci mostra come l'indice azionario S&P500 abbia praticamente seguito da vicino l'andamento dell'inflazione della base monetaria da parte delle principali banche centrali del mondo.

Il secondo ci mostra una correlazione positiva tra l'aumento dei prezzi dell'oro e l'aumento della quantità di obbligazioni i cui rendimenti sono diventati man mano negativi. Al momento in cui sto scrivendo questo articolo, la quantità di bond nel mondo i cui rendimenti sono negativi ammonta a circa $17.000 miliardi.

Questo per dire che, nonostante la repressione finanziaria sistematica in atto ormai sin dal 2008, il libero mercato è vivo e vegeto, e ce lo fa sapere attraverso lo spike di prezzo a cui stiamo assistendo nel mercato dei metalli preziosi. Non solo, ma continuano ad arrivarci segnali che le banche centrali stanno perdendo il controllo del loro esperimento presumibilmente ben congegnato. Infatti il caos recente nel mercato repo sta a segnalare un forte sentimento di stress tra i trader in risposta alla gestione millesimale da parte della FED, la quale continua ad etichettare fenomeni in disaccordo con le sue politiche come "temporanei" e che temporanei invece non sono. Quindi cosa fa? Taglia ulteriormente il suo tasso di riferimento, anche se nella precedente sessione aveva assicurato ai mercati che ce ne sarebbe stato solo uno di taglio.

Invece, come vediamo dall'immagine qui sotto, la presunta onniscenza dei pianificatori monetari centrali è andata a farsi benedire.

Come più volte esposto su queste pagine, quello attuale è un esito che ci si doveva aspettare in virtù di come il presunto successo di guidare passo dopo passo un'economia complessa sia solo un pio desiderio. Sebbene la FED, ad esempio, sia nata con la promessa di fungere da guardiano silenzioso dell'economia, nel corso del tempo ha iniziato ad avere un ruolo sempre più presente ed attivo nell'economia statunitense e di riflesso in quella mondiale. Quando è stata istituita non esisteva alcun doppio mandato, è stato un dispositivo inventato successivamente per giustificare tale intervento. L'Humprey-Hawkins Act degli anni '70 aveva l'obiettivo di mascherare il fatto che la famosa Curva di Phillips era un escamotage statistico per guardare le spalle al keynesismo, che all'epoca prendeva botte dalla realtà a ritmo battente. La stagflazione di allora è stato il suo epitaffio, quindi la politica è entrata in scena con un decreto ad hoc per "fermarla".

Il risultato è stata la follia monetaria di Arthur Burns guidata da Nixon e quella successiva di William Miller. Ci volle Paul Volcker affinché i mercati riguadagnassero fiducia nel dollaro e nell'economia americana, ma questo ha rappresentato l'ultimo momento nella sua storia in cui la FED ha tenuto un atteggiamento passivo nei confronti di una correzione di mercato. Da Greenspan in poi abbiamo assistito a quello che Mises descrisse magistralmente nel suo libro Planned Chaos: non esiste un'economia mista, o un'economia è libero oppure verrà lentamente condotta verso un'economia di comando. Come sappiamo dal suo altro grande libro, Economic Calculation in the Socialist Commonwealth, un'economia di comando è destinata a perire sotto il peso dei suoi errori economici. La pianificazione monetaria centrale farà di tutto per tenere in piedi l'illusione che è in grado di controllare minuziosamente ogni parametro presente nel tessuto economico, ma non farà altro che sprecare risorse nel processo ed impoverire la società.

Senza contare poi il dispositivo monetarista rappresentato dalla Taylor Rule che ha dato i natali al cosiddetto "inflation targeting". Comunque per avere un'idea migliore del livello a cui siamo arrivati basti pensare che la BCE in 10 anni di attività ha stampato più denaro di quanto abbia fatto la FED in tutta la sua storia. Di conseguenza questo fatto ci dà un'idea di quanta repressione finanziaria sia necessaria affinché l'illusione di prosperità imbastita dalle banche centrali possa essere mandata avanti. La repressione finanziaria è costituita da una serie di politiche che in sostanza servono a prendere ricchezza dal settore privato e facilitare allo stato il finanziamento del proprio debito. Nell'ambiente di oggi corrispondono a:

  • ZIRP, o "politica dei tassi d'interesse a zero", con cui le banche centrali spingono i loro tassi di riferimento pari o vicini allo zero;
  • QE, o "quantitative easing", con cui le banche centrali acquistano debito pubblico dalle banche. L'aumento della domanda aumenta il prezzo dei titoli di stato e riduce i tassi di interesse su tali titoli.

Queste sono le due principali politiche di repressione finanziaria attualmente in uso e hanno permesso agli stati di prendere in prestito denaro a fronte di pagamenti in interessi relativamente bassi sul debito nazionale. A questi si aggiungono anche l'obbligo per le banche commerciali di detenere titoli di stato per i loro requisiti patrimoniali (che Basilea III ha incrementato); requisiti di riserva elevati che hanno alimentato la creazione delle cosiddette riserve in eccesso; controlli di capitale che limitano o tassano l'esportazione di ricchezza; guerra al denaro contante.

Tutto ciò rientra anche nella rubrica della "politica macroprudenziale" in base alla quale i banchieri centrali iper-regolano e sovrintendono il settore finanziario. La politica macroprudenziale offre un altro aspetto della repressione finanziaria: il controllo centrale delle banche commerciali e degli istituti finanziari, fornendo al contempo a suddetti barriere all'ingresso. Inutile dire, in realtà, come tali politiche siano imprudenti e hanno senso solo se si vuole di mantenere in piedi il caos economico in cui ci troviamo. Infatti la repressione finanziaria infligge danni in tutti i settori produttivi dell'economia inclusi lavoratori, risparmiatori, imprenditori e pensionati. Danneggia inoltre le assicurazioni che proteggono le nostre vite, le nostre case, la nostra salute e la nostra proprietà. Chi ne beneficia, invece, sono le grandi banche e le bische clandestine quali sono diventati i mercati azionari, lo stato e le grandi aziende.

DUE TIPI DI CRISI

Data la natura del sistema economico globale è naturale concentrarsi sul ruolo del denaro quando si discute di recessioni e della struttura del credito. Tuttavia è importante ricordare che i boom e bust non sono impossibili in un sistema di mercato veramente libero. Inutile dire che la lunghezza e la portata dei bust sono notevolmente ampliate in un sistema con credito fiat.

Immaginate per un momento di vivere in una città dove tutti vivono grazie alla produzione di patate. Attorno a questa attività si sviluppa un'intera filiera di imprese che vanno dal semplice negozio che le vende al ristorante di alta qualità che le propone ai clienti (eccellenza). Poi un giorno tutti scoprono di amare di più le carote e la gente perde interesse per le eccellenze che derivano dalla produzione delle patate; la città di nostra immaginazione, un tempo fiorente, inizia a passarsela male. Dal momento che capitale e lavoro non possono essere riorganizzati all'istante, la città attraversa momenti difficili in cui, nonostante una prosperità economica nazionale, la sua area langue in povertà e in disoccupazione.

Questa è una classica crisi in un libero mercato, ma è localizzata e limitata. Né è necessariamente ricorrente, poiché le città che costruiscono un'economia attorno ad un settore ristretto sono ad alto rischio di bust. Il deterioramento del capitale e l'obsolescenza alla fine fanno sì che le imprese di un'area diventino nel tempo meno competitive rispetto alle imprese di altre parti. Nel tempo, però, bust di questo tipo possono risolversi man mano che altri imprenditori acquistano gli asset in difficoltà ad uno sconto e li riorganizzano in previsione della domanda futura.

Tutto ciò viene amplificato dai tentativi delle autorità centrali di implementare le cosiddette misure "anticicliche". Gli sforzi di stimolo tendono ad essere controproducenti poiché si tenta di sostenere le imprese ed i settori esistenti, soffocando il capitale (es. tempo, lavoro, materie prime) necessario per formare un business più prezioso e in accordo con la domanda genuina di mercato. Impedendo questo sano processo di pulizia, si finisce per creare le cosiddette società zombi, le quali consumano capitale e non ne creano di nuovo. È nel tentativo di evitare l'inevitabile recessione che si protraggono i problemi economici.

Inoltre i bust in un libero mercato avvengono solo se esiste una singola azienda o industria dominante in una regione. Questo è un problema comune con le piccole città, ma un'economia diversificata è improbabile che subisca un bust su larga scala. Una nazione come l'Uzbekistan è ad alto rischio di una recessione di libero mercato, poiché la sua Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online