Redditometro, strumento anti-evasione o arma di repressione?

Il redditometro mira a segnalare le differenze tra tenore di vita e dichiarazione dei redditi. Ma già crea qualche spaccatura

Nella guerra all’evasione, come annunciato dallo stesso direttore dell'Agenzia delle entrate, Attilio Befera, la prossima arma di distruzione è il nuovo redditometro, a cui si sta lavorando, e che si spera sia a disposizione a breve. Dalle sperimentazioni sono emersi alcuni dettagli da chiarire e quindi, l’attesa è giustificata per uno strumento che è pensato in duplice forma, sia per la selezione preventiva che per le attività di controllo. Prima insomma di far scattare il controllo, il contribuente inadempiente avrà tempi e modi di dimostrare la compatibilità del suo reddito con le spese effettuate.

Il nuovo redditometro compie di fatto un’azione comparativa tra i redditi dichiarati e una serie di voci "spia" che di solito denunciano, de facto, il tenore di vita: non solo barche e suv, ma anche cellulari, spese accademiche per i figli, colf e palestra, e anche la beneficenza. Cento indicatori, divisi in sette categorie, che configurando la capacità di spesa del contribuente, arrivano a stimare potenzialmente il suo reddito. Laddove lo stesso apparirà incoerente con la spesa, ecco il controllo. Tra i nodi da sciogliere, però, due problemi non da poco: l’importanza singola delle voci in esame e la definizione stessa di quanto il tenore di vita debba essere al di sotto del reddito per non destare sospetti.  Anche se, come sottolineato dallo stesso Befera, l’uso dello stesso è concepito per segnalare quei casi in cui gli approfondimenti appaiono dovuti.

Il timore, però, è che si possa inasprirne l’uso, secondo i detrattori. Tuttavia, prima che dalla teoria si passi alla prassi ci vuole tempo, eppure le spaccature sul tema non mancano, poiché troppi lo vedono come uno strumento invasivo, uno studio di settore i cui valori medi poggiano però su 55 gruppi che insistono su una platea, complessiva, di 50 milioni di contribuenti. Non solo le spese rilevate nelle categorie-campione incideranno nel calcolo del reddito ma non mancherà nemmeno un coefficiente di moltiplicazione in base all'area geografica e al nucleo familiare. Ecco quindi la “discriminazione” a seconda delle Regioni con redditi più o meno alti.

Poi, le asimmetrie in agguato laddove le informazioni che il contribuente fornisce in materia di capacità di spesa e reddito potrebbero essere in contrasto con i parametri fissati dal fisco per costruire lo strumento. Ecco quindi, il rischio di sovrastima della capacità di spesa, che potrebbe portare molti contribuenti a tentativi di adeguamento “fai da te”. Nel Paese che dovrebbe stanare l’evasione non tutti sembrano però gradire il redditometro. Ed è subito spaccatura tra chi lo sostiene e chi lo boccia. Due esempi di posizioni contrapposte, per capire.

Bruno Tinti, ex magistrato, giornalista scrittore, lo difende sul sito del Fatto Quotidiano ricordando che “il redditometro non determina in maniera automatica le imposte da pagare; serve solo a identificare le persone che spendono più di quello che guadagnano. A questo punto delle due l’una: hanno risorse di provenienza legittima che il Fisco ignora; oppure dichiarano un reddito inferiore al reale. Quindi, per piacere, spiegate: eredità, vincite al gioco, debiti, compensi per prestazioni sessuali (sono legali). Ok, arrivederci e grazie. Altrimenti non ci sono alternative: attività illegali o evasione fiscale (che è illegale anche lei)”. 

Come sottolinea Tinti, “non si può mettere un finanziere accanto a ogni cittadino e quindi le dichiarazioni dei redditi controllate sono solo una piccola percentuale di quelle presentate (il 10%), uno strumento che permette di mirare bene prima di sparare e non sprecare munizioni è proprio utile”.

Di ben altro avviso l’economista e accademico Giulio Sapelli, che, in un’intervista a Il Sussidiario.net, sostiene che “lo stesso schema del redditometro, sulla base del momento economico in cui siamo, alla fine si configura come un altro atto di repressione fiscale”. Molti, in effetti, sostengono che lo strumento funzioni come uno studio di settore, ma, afferma Sapelli, “nella crisi in cui ci troviamo come si fa a stabilire che un artigiano possa raggiungere un determinato o predeterminato reddito? Diciamo francamente che questi 'studi di settore' non hanno più alcun senso di fronte a questa depressione dell'economia, a questa recessione”. 

Poi l’affondo, sull’altro grande dubbio, ovvero l’idea che l’onere della prova spetti al cittadino, al contribuente, e non allo Stato. Sapelli sostiene che “si è completamente rovesciato il vecchio schema su cui era fondata la 'riforma Vanoni', la dichiarazione, un rapporto in cui i cittadini non avevano paura e che alla fine si sistemava se c'era qualche cosa in più da aggiustare”. E poi,  “guardando agli studi di settore e a questo redditometro ci si trova di fronte a calcoli statistici su cui si prevede il reddito delle persone. Incredibile”.  Questo redditometro, insomma, s’ha da fare, come prevede l’Agenzia delle Entrate. Però non tutti i dubbi sembrano così pleonastici.