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Repressione spietata in Kazakistan, forziere dell'uranio per Russia e Cina

·6 minuto per la lettura
Getty (Photo: Getty&HP)
Getty (Photo: Getty&HP)

Il primo effetto lo si è visto sul prezzo dell’uranio, il secondo su quello del petrolio. La situazione del Kazakistan, a detta delle autorità governative, sembra vada verso un graduale ritorno alla normalità dopo la decisione di reprimere con la violenza le proteste, senza remore nell’uso indiscriminato della forza anche a costo di aprire il fuoco sulla folla. Ma gli scontri di questi giorni hanno messo in luce l’importanza strategica di alcune forniture nelle quali il Paese guidato dal presidente Tokayev, si è affermato come leader a livello mondiale. Non sorprende che i presidenti dei due Paesi più importanti che abbracciano geograficamente il Kazakistan si siano subito adoperati sul piano politico, e nel caso della Russia anche su quello militare, per garantire un rapido ritorno alla stabilità. Nel suo ennesimo discorso alla nazione, Tokayev ha ringraziato il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping per l’appoggio mostrato al suo Paese, in particolare con l’approvazione politica della decisione di reprimere nel sangue le proteste, scoppiate subito dopo l’aumento del prezzo del carburante.

Xi ha valutato “altamente responsabile” l’utilizzo di misure “forti” fatto dal governo kazako per reprimere i disordini. La Cina, ha aggiunto, è “disposta a offrire l’aiuto di cui il Kazakistan ha bisogno per superare le attuali difficoltà”. Mosca ha invece inviato, nell’ambito del Csto (la “Nato” dell’ex Urss) circa 2500 soldati, ai quali si sono aggiunti 500 uomini dalla Bielorussia, oltre ai militari di Armenia, Tagikistan e Kirghizistan che proprio venerdì ha approvato l’invio di 150 soldati. Le forze militari alleate vengono impiegate, secondo i media locali, per proteggere siti strategici, e non per partecipare alle operazioni “anti terrorismo” delle forze kazake.

Un massiccio e così tempestivo intervento a sostegno della presidenza Tokayev è uno degli indicatori dell’importanza strategica della regione non solo da un punto di vista geopolitico ma anche economico. L’andamento dei mercati, in questo senso, sono un’altra spia della centralità del Kazakistan nelle forniture di materiali critici e minerali indispensabili sia per la transizione energetica che digitale. Ma un elemento domina su tutti gli altri: i futures sull’uranio sono infatti saliti a 47 dollari per libbra ai massimi da oltre un mese per i timori di interruzioni dell’offerta e la prospettiva di una domanda più elevata. In termini percentuali, l’aumento delle quotazioni ha toccato il 7,5% nell’ultima settimana. Stesso trend rialzista per il petrolio, con il Wti a 80,06 dollari al barile in aumento dello 0,76%, mentre il Brent dello 0,80% a 82,65 dollari. Si tratta di incrementi tutto sommato contenuti perché la convinzione generale è che la crisi non sia destinata a durare a lungo e perché gli scontri sono lontanti dai luoghi di produzione più delicati del Kazakistan.

Resta la rilevanza strategica di alcune forniture che fa da sfondo alle tensioni che in questi giorni si sono registrate nel Paese, e in particolare nel centro di Almaty. Il Paese è leader nella produzione di uranio, il 40% a livello globale, la metà della quale è destinata al mercato più importante, quello cinese. Ospita l’azienda leader indiscusso del settore, la Kazatompron, che da sola controlla il 24% della produzione mondiale, mentre la quota restante fa capo a joint venture con aziende occidentali o asiatiche. Kazatompron, quotata alla borsa di Londra e all’Astana International Exchange nel 2018, è nelle mani del fondo sovrano Samruk-Kazyuna, che detiene una quota di circa il 75%. Gestisce riserve di uranio di 300mila tonnellate e riesce a produrne all’anno circa 13mila (il picco nel 2016 con 23mila tonnellate), oltre ad altre 200mila tonnellate, se non di più, avendo diritto di precendenza sui depositi ancora da esplorare, in quanto compagnia di Stato.

La domanda di uranio è attesa crescere mediamente dell′1,5 per cento l’anno fino al 2030 se non oltre, anche tenendo conto della volontà dei Paesi europei e del Nord America di affrancarsi lentamente dalla produzione di energia nucleare nella quale l’uranio è, com’è noto, indispensabile. Il venir meno delle richieste del Vecchio Continente - dove ad esempio la Germania ha spento tre reattori e conta di spegnerne gli ultimi tre ancora attivi entro il 2022, mentre l’unità nucleare Hunterston B in Scozia ha emesso gli ultimi fumi oggi a mezzogiorno - sarà largamente compensato dalla Cina, che rappresenta circa la metà dei 95 reattori che si stima verranno costruiti nel mondo nel prossimo decennio, e poi dalla Russia e dall’India.

Peraltro la capacità kazaka di affermarsi come leader mondiale nell’estrazione e fornitura di uranio dipende anche dalla sua particolare “fortuna” geologica: tutte le miniere infatti sono sfruttabili attraverso la lisciviazione - o recupero - in situ (ISR), una modalità d’estrazione che consente di abbattere di gran lunga i costi.

Per questo Pechino guarda con attenzione ai disordini in Kazakistan. I siti di produzione non sono stati ovviamente interessati ma la principale via di esportazione passa attraverso la regione di Almaty, dove invece gli scontri ci sono stati eccome. E le apprensioni tra gli industriali della Repubblica popolare non riguardano solo l’uranio ma pure il gas naturale: tra gennaio e novembre 2021 le società cinesi in affari con il Paese dell’Asia centrale hanno importato dal Kazakhstan quattro milioni di tonnellate di gas attraverso l’oleodotto Cina-Asia centrale.

Oggi oltre il 20% delle esportazioni kazake è destinato in Cina, seguita da Russia e Germania con l′8% del totale. La ricchezza mineraria kazaka contribuisce al 20% del suo prodotto interno lordo e al 19% del suo export. E non si riduce solo all’uranio che, per quanto strategico, ha un mercato di riferimento circoscritto. Il Kazakistan è il quarto produttore globale di rame. Ma la lista del tesoro minerario kazako è lunga: si stima che il sottosuolo “nasconda” il 30% delle riserve mondiali di cromo, indispensabile nelle leghe metalliche, una su tutte l’acciaio inossidabile. E poi il 25% di manganese, il 10% di minerale di ferro, il 13% di piombo e di zinco. Per non parlare dell’oro: le stime parlano della nona riserva accertata più grande al mondo.

È poi un serbatoio di vanadio, bismuto, fluoro, bauxite, carbone, fosfato, titanio e tungsteno. Il Kazakistan perciò, per la sua ricchezza mineraria, può tranquillamente competere con Canada, Australia, Russia e altri Paesi nelle forniture di beni ormai divenuti il baricentro di tensioni geopolitiche dai risvolti difficilmente prevedibili, come l’Afghanistan insegna. Tuttavia, proprio come l’Afghanistan, paga una grave arretratezza infrastrutturale, vie di trasporto poco sviluppate, siti e miniere mal connesse, un ambiente normativo ancora poco favorevole alla attività produttive, conoscenze e competenze ancora non all’altezza del tesoro che custodisce.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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