La ricetta anticrisi di Paul Krugman

Forte intervento statale e più welfare. Ecco la soluzione alla spirale negativa dell'economia proposta dal premio Nobel

La devastante crisi che sta mettendo in ginocchio i mercati e le economie nazionali va combattuta con decisi interventi statali in quanto “abbiamo bisogno che i nostri governi spendano di più e non di meno. Quando la domanda privata è insufficiente, questa è l’unica soluzione. Assumere insegnanti. Costruire infrastrutture. Fare quello che fu fatto con la seconda guerra mondiale, possibilmente scegliendo spese utili”. E’ la ricetta formulata da Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008 e docente a Princeton, nel suo ultimo libro "Fuori da questa crisi, adesso!" e nei suoi numerosi interventi in giro per il mondo.

Negli ultimi tempi l’attenzione dell’economista statunitense si sta concentrando soprattutto sulla drammatica situazione dell’eurozona, che continua a boccheggiare senza che si riesca a trovare una cura adeguata. Nei suoi editoriali pubblicati sul New York Times, Krugman attacca frontalmente la linea dell’austerity imposta da Berlino. “Guardate cosa è accaduto in Irlanda, il più virtuoso nell’applicare tutte le richieste della Germania. Ha avuto una finta ripresa e poi è nuovamente sprofondata nella recessione. Paesi che hanno sostenuto con vigore la spesa pubblica, come Cina e Corea del Sud, sono invece riusciti a evitare la crisi”. Altre strade da percorrere sono quelle indicate dalla Svezia e dall’Islanda che “dopo la bancarotta ha deciso coraggiosamente di annullare tutti i propri debiti con le banche, negando i rimborsi e ripartendo con una svalutazione consistente”.

Per tornare a respirare, Krugman ritiene essenziale ricollocare lo stato sociale in cima all’agenda delle politiche economiche. “Bisogna innanzitutto cancellare l’effetto distruttivo dei tagli di spesa. In Europa è necessario ripristinare le prestazioni del welfare state che sono state ingiustamente tagliate”. Gli Stati devono quindi adottare interventi espansivi e incrementare le spese produttive. Secondo il docente di Princeton, una scelta di questo tipo permetterebbe di abbandonare le secche della crisi entro diciotto mesi. Le teorie a sostegno del rigore evidenziano come ci siano limiti di sostenibilità per il debito pubblico. Krugman afferma esattamente il contrario. Durante un periodo di crisi i lacci alla spesa determinano automaticamente un inasprimento della spirale recessiva, una diminuzione del gettito fiscale e quindi una diminuzione degli introiti per lo Stato. “In passato gli Stati Uniti ebbero un debito addirittura superiore a quello odierno, durante la seconda guerra mondiale. La Gran Bretagna per quasi un secolo. Il Giappone ha attualmente un debito elevatissimo in percentuale del suo Pil, eppure paga gli interessi dello 0,9 per cento sui buoni del Tesoro. Quindi non esiste soglia di insostenibilità come quelle che ci vengono propagandate”.

Se la Germania proseguirà testardamente con la strategia sin qui applicata, Krugman prefigura una serie di passaggi legati tra loro da una sorta di effetto domino. La Grecia uscirà in breve tempo dall’euro, Spagna e Italia subiranno un’imponente fuga di capitali, le banche iberiche e italiane bloccheranno i conti correnti per arginare la fuga e fisseranno limiti ai prelievi quotidiani. A quel punto, soltanto un intervento della Bce salverebbe il sistema bancario continentale dal tracollo. Abbandonare l’austerità e ritornare alle politiche keynesiane. Per Krugman non c’è altra possibilità per evitare un corto circuito globale.