Ricongiungimento dei contributi, un inferno per 600 mila lavoratori

"Un furto ai lavoratori". Non va per il sottile Maria Luisa Gnecchi, deputata del Pd, quando parla del nuovo pasticcio provocato dalla ricongiunzione dei contributi presso l'Inps versati ad enti differenti. Un pasticcio regolamentato da una legge - la 122 del 2010 - che da due anni sta rovinando la vita a tutti quelli andati in pensione nell'anno in cui è entrata in vigore la norma.

Una norma tremenda che va contro queli lavoratori in procinto di andare in pensione aventi una doppia posizione previdenziale. Con la nuova legge - opera del governo Berlusconi - per godersi una dignotosa terza età non è più sufficiente versare per una vita i contributi all'Inps, ma è necessario attivare il ricongiungimento con l'altro ente previdenziale. Un ente di cui il lavoratore è venuto a conoscenza il più delle volte a fine mandato e che dal punto di vista lavorativo aveva influito zero. Ma che dal punto di vista previdenziale è un vero salasso: pensioni più basse anche del 40% rispetto a quella prevista, a meno di non decidere di pagare autonomamente i contributi non raggiunti dall'altro ente pensionistico.
E le cifre da sborsare sono esorbitanti: dai 30 ai 40 mila euro fino a 300mila euro. Rateizzabili, ovviamente. Un ricatto regolarizzato che i lavoratori nella maggior parte dei casi non sono in grado di sostenere, accontentandosi così di pensioni niente affatto corrispondenti a tutti gli anni di lavoro svolti.

Sono 600 mila - secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato -  i lavoratori, già in pensione o in procinto di andare, incastrati in questo limbo normativo. Persone che fino all'ultimo hanno sperato di essere salvati dalla legge di stabilità approvata nei giorni scorsi. Ma invano: la legge, già impegnata a salvare già gli "esodati" vittime della riforma Fornero, non poteva garantire anche i "non ricongiunti".
E il Governo, al momento, non ha alcuna intenzione di salvarli, nonostante le numerose proposte di legge depositate in Parlamento. Perchè costano troppo. La relazione della Ragioneria dello Stato afferma infatti che per risolvere la questione di questi lavoratori occorrerebbero intorno ai 2 miliardi e mezzo di euro. Una cifra che per l'entourage di Monti, che annaspa in una serie di tagli e riforme, è troppo onerosa e al momento non rientra tra le priorità del Paese. Lasciando così il problema interamente sulle spalle del contribuente, che il più delle volte preferisce non andare in pensione nonostante abbia già superato 40 anni di carriera.

Abbandonati dallo Stato, i lavoratori fanno affidamento sui loro sindacati. Che vedono come unica via percorribile quella giudiziaria. "Arriveremo fino alla Corte Costituzionale, se c’è bisogno - assicura Francesco Baldassari, dell’ Inca Cgil - "la pensione maturata è un diritto che non può essere ritirato".