Riforma del lavoro e contratti. Cosa cambia

I contenuti della riforma Fornero. Ecco le novità per contratti a tempo determinato, partite Iva e co.co.pro

Tassi di disoccupazione generale e giovanile nella UeLa riforma del lavoro del Ministro Fornero è stata approvata in via definitiva alla Camera con 393 sì, 74 no e 46 astenuti con quattro voti di fiducia imposti dal Governo per arrivare al difficilissimo Consiglio europeo del 28 e 29 giugno con il provvedimento approvato (vai all'articolo sul bilancio del consiglio europeo).

Sia il ministro Fornero sia il premier Monti pongono l'accento sul fatto che la riforma aiuterà i giovani a trovare lavoro, ma, in linea con la comunicazione politica dei nostri tempi, si guardano bene dallo spiegare precisamente come, offrendo quindi solo dei buoni titoli per la stampa. Tanto per dirne una, non sembrano emergere dalla riforma misure di contrasto vero e proprio alla precarietà, vera spada di Damocle che pende sulla testa (e sul futuro) non più solo dei giovani.

Ma venendo alle principali novità approvate, partiamo dal punto che è stato maggiormente al centro delle polemiche durante l'iter del provvedimento: la modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Nel testo approvato al Senato viene mantenuta la possibilità del reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente per motivi economici, ma questo in realtà può avvenire solo se il giudice valuta la "manifesta insussistenza" dei motivi addotti dall'azienda per il licenziamento. Come abbiamo scritto precedentemente, alcuni critici pongono l'attenzione proprio sul quel "manifestamente" che, a loro giudizio, renderebbe la cosa praticamente mai applicabile.

Ma ai partiti la riforma non convince pienamente. Ecco le modifiche richieste.

Per chi volesse approfondire il testo approvato, può vedere il comma 42 dell'articolo 1. Per quel che riguarda il lavoro a tempo determinato, si allunga da 6 mesi e 1 anno la durata del primo contratto, con la possibilità per l'impresa di non specificarne la causale, ma i contratti collettivi potranno prevedere una "franchigia oggettiva", con il limite del 6% dei lavoratori occupati, in casi di specifici processi organizzativi, come, ad esempio, la start up, un progetto di Ricerca e Sviluppo, il lancio di un nuovo prodotto o la proroga di una commessa.

Per le Partite IVA sono state in gran parte accolte le modifiche proposte al testo originale, in particolare quella che prevede che vengano considerate "vere" quelle che superano i 18mila euro di reddito lordo all'anno (provvedimento fortemente criticato dalla CGIL che ritiene troppo bassa questa soglia per stanare effettivamente quelle cosiddette "finte").

Viene introdotto il salario base per i co.co.pro. (che dovrà far riferimento ai contratti nazionali) e, per tre anni, viene rafforzata l'indennità in caso di perdita del lavoro, che potrà arrivare fino a 6mila euro se si lavora tra sei mesi e un anno. Ma il disoccupato che rifiuta un'offerta di lavoro pagata fino al 20% in meno del sussidio di disoccupazione, perde il sussidio stesso. Verrebbe da dire, cornuto e bastonato. Viene introdotta, in via sperimentale dal 2013 al 2015, la possibilità di percepire il sussidio in un'unica soluzione, per dare avvio a un lavoro autonomo ed è stato confermato il bonus di produttività (che prevede sgravi contributivi sul salario di produttività), che sarà a regime dal 2012. Il Governo ottiene poi una delega per introdurre meccanismi di compartecipazione dei dipendenti agli utili dell'impresa.
Per quanto riguarda i lavoratori stranieri, la perdita del posto di lavoro non comporterà la revoca del permesso di soggiorno, ma verrà allungato il periodo in cui la persona può essere iscritta alle liste di collocamento.La riforma del lavoro
Infine, è stata ripristinata l'esenzione dal pagamento del ticket per i disoccupati e i loro familiari.
Per finanziare la riforma sono state approvate poi misure che, del tutto in linea con l'operato di questo governo, aumentano ulteriormente le tasse: una riduzione dal 15% al 5% dello sconto per chi dichiara con l'Irpef l'affitto di immobili senza avvalersi della cedolare secca (misura che, in un paese come il nostro, potrebbe finire per incentivare la pratica scandalosamente diffusa degli affitti in nero) e l'aumento delle tasse aeroportuali di 2 euro a passeggero. C'è poi l'obbligo di riduzione complessiva della spesa, a partire dal 2013 per l'Inail (18milioni) e l'Inps (72milioni), che, per altro, ha chiuso il bilancio 2011 in attivo di 831milioni di euro.
Vengono ridotte anche le detrazioni fiscali: in particolare la quota del Servizio Sanitario Nazionale delle RC auto e l'utilizzo delle auto aziendali. Quindi in pratica, si aumentano di nuovo le tasse sia alle persone che alle imprese.

Per ora una cosa è comunque certa, la Riforma così com'è scontenta tanto i sindacati (che nella giornata della votazione hanno manifestato in tutta Italia) quanto Confindustria (il cui presidente Squinzi non è certo stato tenero con le misure introdotte, pur riconoscendo l'importanza dell'approvazione in tempi brevi del testo). Secondo il ministro Fornero è la dimostrazione che la riforma è una sintesi tra le diverse esigenze.

Certo, il ministro Fornero ha buon gioco a dire che se tutti si lamentano di qualcosa è perché il governo è stato equo e ha cercato di fare una media tra i bisogni e le richieste di ognuno, ma continua a sfuggire, sinceramente, l'importanza della modifica dell'articolo 18 (continuare a dire che favorirà l'occupazione per i giovani è uno slogan vuoto che francamente offende la logica e il pensiero razionale) se non all'interno di una battaglia per lo più simbolica tra quelli che una volta venivano chiamati padroni e quello che un tempo furono i lavoratori. Una prova di forza per ristabilire gli equilibri di potere. E quando, sempre il ministro, dichiara che l'intento è di rendere più attraente l'Italia per gli investimenti, viene da pensare, non senza un brivido, al fatto che le grandi aziende generalmente delocalizzino in paesi dove i diritti dei lavoratori e i loro stipendi sono più bassi, per massimizzare il profitto dei propri azionisti e manager. È lecito quindi chiedersi, ripensando anche all'invito ad investire da noi che il premier Monti aveva rivolto alla platea della Scuola del Partito Comunista Cinese durante il suo viaggio in oriente, se il progetto di rendere il nostro mercato del lavoro "business friendly" non rischi di renderlo sempre più simile proprio a quello cinese.