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La riforma del lavoro in Francia e le differenze con l'Italia

Angela Iannone

Via libera in Francia alla riforma del lavoro. Con 168 sì e 33 voti contrari, martedì il Senato francese ha approvato in via definitiva la contestata riforma del mercato del lavoro che si riassume in questi punti essenziali: maggiore flessibilità dei contratti, più semplificazione degli iter per piani di riorganizzazione o riduzione del personale in fasi di crisi, in cambio di nuovi diritti per i dipendenti.

Approvata dopo il secondo passaggio al Senato, la riforma dovrebbe migliorare la competitività, aumentare l’occupazione in un momento storico difficile per la Francia - la soglia dei disoccupati ha superato i 3 milioni - e fermare la recessione, in cui la Francia è ufficialmente da ieri, ad un anno dall'insediamento del presidente Hollande.

La riforma - che non ha ricevuto il sostegno del principale sindacato nazionale, la Cge e delle formazioni più a sinistra - si basa su due aspetti principali: maggiore flessibilità per le imprese e la garanzia di maggiori diritti per i dipendenti.
Sul primo punto, il testo prevede la possibilità per le aziende "in grave difficoltà" di negoziare temporaneamente con una parte maggioritaria - almeno il 50% di rappresentanti sindacali - un "piano sociale" sull'orario di lavoro e il salario dei dipendenti. In questo modo, tutti i lavoratori potranno vedersi garantito il loro posto di lavoro.
Novità anche nel fronte del meccanismo dei piani di mobilità interna, a condizione di aver ottenuto l’accordo dei sindacati che rappresentano almeno il 30% del personale: in questo modo il datore potrà chiedere ai dipendenti di accettare un cambiamento a parità di qualificazione e remunerazione e i lavoratori potranno prendersi un periodo di aspettativa per andare a lavorare in un’altra azienda, con il consenso del datore di lavoro e con la garanzia di poter ritornare con la stessa paga allo stesso posto.

Sul fronte dei licenziamenti, la riforma semplifica le procedure, sia a livello individuale - per i dipendenti che non accetteranno le richieste di flessibilità e mobilità - sia a livello collettivo. Rimane tuttavia obbligatorio l'ottenimento di un accordo maggioritario con i sindacati. Altra novità sta nella riduzione del tempo - da cinque a due anni - che il lavoratore avrà a disposizione per rivolgersi a un tribunale in caso di controversia con il suo datore, ad eccezione dei casi di molestie sessuali e quelli di discriminazione.

Sull'altro versante, i diritti. La riforma prevede infatti l’introduzione di una rappresentanza diretta dei lavoratori nei consigli d’amministrazione delle aziende con più di 5 mila dipendenti, la creazione di una serie di crediti formativi che accompagneranno i dipendenti lungo la loro carriera e l’aumento dei contributi richiesti alle aziende sui contratti a breve e brevissimo termine. Non solo: estesa a tutti i lavoratori l’assistenza sanitaria integrativa - parzialmente pagata dalle imprese - e un ampliamento dell’accesso ai sussidi di disoccupazione, un modo questo per garantire a chi è senza lavoro e ha ottenuto il sussidio la possibilità di non rinunciarvi se viene assunto solo temporaneamente o con un paga inferiore a quella del lavoro precedente.

Un anno fa, il quotidiano Le Monde paragonava la riforma francese del lavoro a quella italiana:"Parigi guarda l'esempio italiano". In realtà, alcune differenze tra il sistema italiano e quello francese sono evidenti. La riforma Fornero ha previsto la modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che non prevede più il reintegro del lavoratore licenziato per motivi economici, reintegro che sta nella discrezione del giudice il quale può decidere anche di chiudere il caso con un risarcimento.
Differenze anche per l'indennità in caso di perdita del lavoro: in Italia la norma prevede che può arrivare fino a 6mila euro se si lavora tra sei mesi e un anno. Ma il disoccupato che rifiuta un'offerta di lavoro pagata fino al 20% in meno del sussidio di disoccupazione, perde il sussidio stesso. 
Guai anche per i lavoratori che entrano in mobilità che vedranno, a fronte di un modesto aumento dell'indennità (fino al 75% dello stipendio) una drastica riduzione della sua durata: per la fascia più bassa infatti, la cui età viene alzata da 50 a 55 anni, potrà durare (a partire dal 2017, ma con riduzioni progressive a partire dal 2013) fino a un massimo di 12 mesi, mentre per quella più alta potrà arrivare al massimo a 18 mesi.
La mobilità è una questione che ha creato poi un fenomeno tutto italiano, quello dei cosidetti esodati, ovvero quei lavoratori usciti fuori dal mercato del lavoro a seguito di una ristrutturazione aziendale o di un accordo sindacale ma che ancora non possono accedere alla pensione, una conseguenza della riforma delle pensioni della legge Fornero che ha modificato l'età e i requisiti per accedere al sistema pensionistico.