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Riforma Mes: la versione attuale è un passo avanti

La Voce
 

Nel 2018 la modifica delle clausole di azione collettiva che si applicano ai titoli di stato suscitava preoccupazione. Ora il contesto è mutato e la nuova versione della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) rimuove le riserve di allora. Sorprendenti le strumentalizzazioni postume.

Le preoccupazioni del 2018

Alla fine del primo semestre del 2018 non ricoprivo più il ruolo di Direttore del debito pubblico già da diversi mesi, e non avevo quindi accesso allo scambio di documenti in cui si articola l’interlocuzione istituzionale con la Commissione europea, ma seguivo con attenzione il dibattito pubblico sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes, o Esm – European Stability Mechanism – nel più comunemente usato acronimo inglese).

Fra le varie proposte allora avanzate per rendere questo soggetto più capace di intervenire efficacemente in caso di crisi future, mi ero soffermata sulla modifica delle clausole che regolano il processo di un’eventuale ristrutturazione del debito (Cac: clausole di azione collettiva), che non mi convinceva dal punto di vista tecnico ma, ancor più, in quel preciso momento, mi sembrava potesse lanciare al mercato un segnale controproducente.

È bene ricordare che da fine maggio 2018 lo spread Btp-Bund si era repentinamente impennato, il mercato dei titoli di stato era fortemente perturbato, la volatilità delle quotazioni raggiungeva livelli osservati in precedenza soltanto nei momenti peggiori della crisi di fine 2011. Nel dibattito pubblico italiano venivano avanzate proposte palesemente in contrasto con le norme dei trattati europei (alcune erano state oggetto di un mio articolo pubblicato su lavoce.info proprio il 29 maggio). In quel contesto, l’annuncio di una modifica delle clausole che rendesse più agevole la ristrutturazione del debito di uno stato dell’Eurozona rischiava di essere percepito come la premessa di un problema imminente, in particolar modo per un paese ad alto debito soggetto a turbolenze di mercato. Inoltre, sembrava – sempre da quanto conoscibile pubblicamente – che i tempi per l’introduzione delle nuove Cac dovessero essere molto rapidi (la bozza del nuovo trattato, invece, rinvia la modifica al 2022).

Dall’avvio della crisi dei debiti sovrani, si è più volte sperimentato come le percezioni relative ai fatti abbiamo spesso maggior peso dei fatti stessi: in quel delicatissimo momento, le mie preoccupazioni erano pienamente legittime e determinarono la decisione di esternarle nell’articolo uscito su lavoce.info del 6 luglio 2018, tanto più che la possibile minore liquidità derivante dalla segmentazione del mercato non può non essere segnalata da chi ha a cuore l’efficienza delle transazioni dei titoli pubblici.

Perché la situazione è cambiata

La situazione oggi è completamente mutata, e in meglio. Da un lato, il mercato dei titoli di stato, pur se talora perturbato, non ha più mostrato i segnali di tensione estrema del 2018; dall’altro, a partire dal settembre scorso lo spread si è rapidamente riportato ai livelli molto più contenuti.

In questo contesto, gli operatori di mercato non hanno più ragione di percepire la modifica delle clausole come segnale anticipatore di una probabile criticità. Anzi, poiché essa è inserita in un pacchetto che rafforza il fondo di risoluzione unico europeo per le banche, favorendo il completamento dell’Unione bancaria, viene ritenuta sostanzialmente ininfluente, tanto più che la sua introduzione è posticipata al 2022.

Attenzione, invece, a non dar adito a nuove tensioni assumendo una posizione che potrebbe isolare l’Italia e bloccare un processo di riforma complessivamente positivo, che risponde ad alcune delle esigenze di condivisione dei rischi sovente reclamata dal nostro paese.

Di Maria Cannata

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online