Riforme Fornero su lavoro e pensioni, il bilancio

La storia è sempre la stessa, sintetizzabile con la figura retorica, ripetuta fino allo sfinimento, della “coperta troppo corta”. Fare un bilancio della Riforma Fornero significa confrontarsi con un ambizioso progetto che ha provato a riequilibrare spesa previdenziale e ingresso nel mercato del lavoro, ammortizzatori sociali e agevolazioni in caso di assunzione. In tempo di recessione la riforma del mercato del lavoro del ministro Elsa Fornero non poteva che essere all’insegna del compromesso, di un accomodamento fra forze centrifughe e centripete che, per la sua vastità di orizzonte, ha finito per scontentare quasi tutti. Anzi si può dire che agendo più in superficie che in profondità, il malcontento sia stato spalmato sulla gran parte dell’opinione pubblica piuttosto che concentrato in alcuni comparti sociali.

A quasi cinque mesi dalla sua entrata in vigore, i primi effetti della Riforma Fornero inducono a fare un primo bilancio. Dal punto di vista delle pensioni la priorità è stata data alle casse dello Stato e a una maggiore equità intergenerazionale, ma l’allungamento dell’età pensionabile ha accresciuto le difficoltà d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Una soluzione di maggiore apertura verso i giovani sarebbe stata quella di liberare posti di lavoro con il prepensionamento dei lavoratori che avessero accettato una decurtazione della propria pensione. È stata scelta, invece, la strada maggiormente conservatrice. Il problema degli esodati ha messo a nudo la natura temporanea della riforma che, dati alla mano, dovrà essere rivista a breve, molto probabilmente da chi uscirà vincitore dalle elezioni politiche della prossima primavera. E ai 400mila esodati vanno aggiunti anche i ricongiungendi, quei 600mila lavoratori in odore di pensione che possiedono una posizione assicurativa in una gestione previdenziale diversa e devono trasferire l’intera carriera contributiva sotto il cappello dell’Inps. Se per gli esodati le risorse sono state trovate nelle ultime settimane, sui ricongiungendi, Fornero ha promesso di intervenire entro la fine della legislatura.

La riforma non ha scontentato solamente i lavoratori. Anche le imprese in attesa di incentivi per tentare di ripartire e di smarcarsi dalla situazione di stallo economico, si sono viste “murare” le due vie di fuga ovverosia la flessibilità in entrata e i prepensionamenti in uscita. La riforma pensionistica ha esteso il metodo contributivo secondo il quale l’ammontare della pensione viene definito dalla quota di contributi versati, ha aumentato l’età minima di pensionamento sia nel pubblico che nel privato e, infine, ha convertito le pensioni di anzianità in pensioni “anticipate” (per gli uomini con 42 anni e le donne con 41 anni di anzianità contributiva). Gli esodati (e gli esodandi) sono stati conseguenza di questo innalzamento dell’età pensionabile e della creazione di una vera e propria terra di nessuno senza più lavoro e senza ancora pensione. Per quanto riguarda i ricongiungendi, non essendo intervenuto nelle penalità introdotte dal ministro Giulio Tremonti nel 2010, il Governo continua a colpire quei lavoratori flessibili, dalle carriere contributive discontinue che dovrebbe, invece, agevolare nella logica di una maggiore mobilità e duttilità professionale. Da una parte il premier dice che il posto fisso è “noioso” e i ministri invitano a non essere “choosy” e a staccarsi dal nido familiare, dall’altro le riforme del lavoro ostacolano chi, per esempio, inizia versando in una cassa previdenziale di categoria per poi migrare all’Inps.

È anche possibile che visti il contesto e i conti sull’orlo della bancarotta lasciati in eredità al Governo dei tecnici, quella del ministro Fornero sia stata la migliore delle riforme possibili. La parte più difficile è far digerire questa ipotesi all’opinione pubblica e all’economia reale. L’articolo 18 – oggetto delle maggiori polemiche riguardanti la riforma – ha aumentato la discrezionalità dei giudici in materia di licenziamenti. I costi di assunzione dei lavoratori temporanei sono stati aumentati senza creare un’alternativa di vere agevolazioni per l’ingresso nel mercato del lavoro. Il contratto di apprendistato, di cui è stato ampliato il raggio d’azione, non è ancora riuscito a dare impulso alle assunzioni e al limite di escludere i precari over  30. Gli ultimi trimestrali Istat (luglio-settembre) hanno fornito dati sconfortanti sull’occupazione ma la riforma Fornero era ancora in fase di avvio, per sapere se i meccanismi ideati dal Governo dei tecnici avranno iniziato a dare i loro frutti occorrerà attendere febbraio 2013. A quel punto le elezioni saranno alle porte e sull’interpretazione di quei dati, molto probabilmente, si giocherà buona parte dello sprint elettorale.