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Il rimbalzone è già finito?

Pierluigi Gerbino
 

La quarta settimana di un terribile mese di marzo ci ha portato indicazioni abbastanza significative.

Cominciamo dalla progressione del nemico pubblico numero uno, il coronavirus.

Negli ultimi 7 giorni l’invisibile Covid-19 ha preso definitivamente possesso del mondo. Il numero complessivo dei contagiati è arrivato ieri a 722.000 e rispetto a 7 giorni prima è più che raddoppiato. Tutti i paesi del mondo ne conoscono ora la presenza sul proprio suolo, primato che prima solo  internet possedeva.

L’epicentro del contagio continua ad essere l’Europa, dove l’Italia è ancora il paese col maggior numero di casi attivi, ma la Spagna, che sta mostrando segni di evidente collasso al sistema sanitario nazionale, ha bruciato ormai quasi tutto il ritardo che aveva con l’Italia e nel corso della settimana entrante dovrebbe superare il nostro paese per numero di infezioni ufficialmente accertate. La Germania è l’altro punto dolente, con la seconda peggior inclinazione della curva dei contagi dopo la Spagna, mentre la Francia sta mantenendo un buon controllo della situazione e la Gran Bretagna, quella che ha temporeggiato di più nell’assumere le misure di distanziamento sociale più severo, dovrebbe accelerare la sua progressione appena aumenterà i tamponi.

Se guardiamo i singoli Stati, in settimana sono passati gli USA in cima alla classifica dei contagi. La politica tollerante di Trump nei confronti del virus ha fatto decollare le statistiche quotidiane, con i casi ufficiali ormai oltre quota 142.000, di cui oltre un terzo confinato in una New York spettrale e già in crisi sanitaria.

Preoccupa molto la situazione in India, dove è scattato un impossibile lockdown di 1,3 miliardi di persone che fuggono dall’inferno delle grandi metropoli per affollarsi nei villaggi, e di tutta l’Africa, che potrebbe diventare in futuro l’area dove il virus potrebbe installarsi più comodamente.

Sta invece andando verso la stabilizzazione la situazione italiana, a partire dalla Lombardia, dove i numeri di incremento assumono una tendenza che va verso l’appiattimento della curva e testimoniano i primi risultati positivi dei sacrifici che tutti stiamo facendo nel rimanere tappati in casa. 

La reazione dei governi è stata non uniforme ma si è vista una tendenza a prendere finalmente sul serio il virus un po’ in tutto l’occidente, dopo che per tutta la prima parte di marzo i governi europei e Trump hanno buttato a mare l’occasione di mitigare l’impatto del contagio, tardando ad attuare fin da subito i provvedimenti italiani. Ormai la frittata è fatta ed il virus questa settimana supererà abbastanza presto nel mondo la barriera del milione di casi.

Molto più rapide sono state le reazioni politiche al disastro economico, che le stime che si accavallano ingigantiscono ogni settimana. Già i parecchi dati macroeconomici relativi al mese di febbraio hanno fotografato una situazione in rapido deterioramento. Però a febbraio il lockdown riguardava solo la Cina e la Lombardia. Quando arriveranno i dati di marzo saranno terrificanti e dimostreranno che il crollo produttivo non ha eguali nel passato. Per questi motivi governi e banche centrali sono stati molto attivi e rapidi nel prendere provvedimenti di soccorso economico. Sono state somministrate forti dosi delle medicine di cui dispongono: spesa pubblica e agevolazioni fiscali in deficit da parte dei governi, copiosissime immissioni di liquidità da parte delle banche centrali. Sono medicine che possono funzionare per le recessioni da crollo della domanda. Un po’ come il vaccino che ogni anno viene somministrato contro l’influenza di stagione. In questo caso però ci troviamo alle prese, anche per l’economia, con un virus nuovo, che potrebbe essere insensibile ai vaccini ora disponibili. Infatti questa recessione consiste nel contemporaneo blocco della domanda e dell’offerta, a causa della chiusura per periodi anche abbastanza lunghi in tutte le principali aree economiche mondiali di tutte le attività produttive non essenziali e del sostanziale annientamento di interi settori che rappresentano una fetta importante del PIL globale: turismo, spettacolo e cultura, trasporti. Ne beneficia la condizione ecologica del pianeta, ma non certo la ricchezza economica.

In queste condizioni erogare soldi a chi non può produrre può essere una condizione necessaria per evitare licenziamenti di massa, ma certamente non li incentiva ad investire. Il blocco degli investimenti per lungo tempo rischia di avere effetti di trascinamento negativi per tempi più lunghi di quelli finora ipotizzati, e la ripresa tardare a materializzarsi anche più dei primi due trimestri del 2020, che è finora la previsione che va per la maggiore, ma che rischia di essere troppo ottimistica. L’effetto di questa situazione potrebbe essere l’esplosione dell’inflazione in concomitanza con la stagnazione. Non subito, perché chiusi in casa non si spende, ma quando la morsa del virus allenterà la sua presa e si cercherà di tornare ad una parvenza di normalità. Una nuova normalità, tutta da costruire. Ormai è chiaro che molte delle abitudini pre-pandemia non potranno più essere ripristinate, perché sono un aiuto alla propagazione dei virus. Il mondo forse dovrà imparare a vivere in stato di emergenza perenne. Non certo in lockdown continuo, ma con parecchie misure precauzionali che cambieranno al nostra vita sociale quando il distanziamento verrà eliminato.

Un altro dato che la settimana scorsa ci ha presentato, in Europa, è il ritorno alla litigiosità.

Fino a quando le borse crollavano si è vista una certa volontà di darsi una mano, di sentirsi sulla stessa barca. Sono stati presi importanti provvedimenti di alleggerimento dei vincoli di stabilità. I principali sono stati la sospensione del Patto di stabilità, per consentire a chi ne ha bisogno di spendere quel che serve senza guardare il deficit e chiedere il permesso a Bruxelles e un alleggerimento dei parametri che le banche debbono rispettare nell’erogazione del credito.

E già qualcosa, ma si è capito che ci voleva di più. Un gruppo maggioritario di paesi ha chiesto l’emissione di “corona-bond” con la garanzia comune di tutti i paesi dell’Eurozona. E’ la vecchia proposta di Tremonti del 2009, sempre osteggiata dalla Germania e dai paesi alleati nel rigore: Olanda, Danimarca, Finlandia, Austria.

Sembrava che stavolta il virus potesse convincere i rigoristi a concedere quel che hanno sempre negato. Ma è bastato che le borse accennassero al rimbalzo per far tornare gli egoismi nazionali e per ora non se ne fa nulla. Anzi, dato che i paesi mediterranei, che ora hanno al loro fianco anche la Francia (non è una novità di poco conto), resistono nella loro richiesta, l’Eurozona rischia, nella migliore delle ipotesi, uno stallo che farà perdere almeno due settimane preziose e un altro po’ della già poca curabilità restante, nel peggiore addirittura una pericolosa frattura interna. Un regalo ai sovranisti ed ai nemici dell’Unione, oltre che al virus ed alla crisi.

Resta da dire qualcosa sull’andamento dei mercati.

La settimana scorsa è stata quella del rimbalzo. Dopo un difficile lunedì, è partito un robusto movimento correttivo rialzista, che ha consentito di recuperare una discreta parte della devastazione ribassista sviluppatasi dai massimi del 19 febbraio. Le cifre del recupero settimanale sono state molto importanti, per tutti gli indici occidentali: +10,3% per l’americano SP500, la guida per tutti, +7% per Eurostoxx50 e per il nostro Ftse-Mib, addirittura +17% per il giapponese Nikkei.

L’evoluzione dei mercati è stata totalmente condizionata dall’emotività e non dai dati macroeconomici, che vengono visti come superati dagli eventi, al punto che Giovedì, in piena frenesia di rimbalzo, la terrificante comunicazione che i disoccupati settimanali in USA sono passati da 280.000 a quasi 3.400.000, ha prodotti un’accelerazione rialzista, come quando ci si toglie un dente dolente.

L’emotività però ha il brutto difetto di avere un andamento nervoso. Venerdì, al compimento delle classiche 3 sedute di rimbalzo, che rappresentano il confine tra il recupero di sentiment ed il semplice rimbalzo del gatto morto, ed al raggiungimento del classico 38,2% di Fibonacci di ritracciamento del movimento ribassista principale, abbiamo rivisto all’opera i venditori, che hanno causato un ridimensionamento  drastico delle quotazioni e una seduta di marcato calo (-3,37% per SP500 e -4,18% per Eurosoxx50).

Ora la palla passa a questa settimana che ci traghetterà in aprile. La mia ipotesi principale è che il rimbalzo sia finito e sia già ripreso il calo, che dovrebbe portarci a minimi inferiori a quelli raggiunti lunedì scorso. L’area che vedo è intorno a quota 2.000 per SP500.

In subordine, e solo se oggi i mercati sapranno negare il segnale ribassista di venerdì, è possibile un’estensione del rimbalzo ancora di qualche punto percentuale sopra i massimi di giovedì scorso (2.637 di SP500), magari fino alla resistenza di 2.711. Non ritengo probabile un’estensione superiore.

Questo significa che chi è stato incastrato con posizioni rialziste non vendute, ha l’ultima possibilità di ridurle, per salvare qualcosa dalla seconda gamba ribassista, che ritengo molto probabile.

A buon intenditor…

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online