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Rispetto, è la parola di Nicola Lagioia contro la violenza sulle donne

a cura di Monica Ceci
·2 minuto per la lettura
Photo credit: fcscafeine - Getty Images
Photo credit: fcscafeine - Getty Images

From ELLE

Abbiamo chiesto a 15 autori di libri, spettacoli, canzoni di raccontare la violenza con una parola. Le loro 15 scelte sono diventate il nostro dizionario. Per ricordarci che ci sono tanti modi di fare o subire un abuso. E altrettanti di liberarsene.

Rispetto: è la parola di Nicola Lagioia. Il suo nuovo libro è La città dei vivi (Einaudi), dedicato all'omicidio di Luca Varani, torturato e ucciso a Roma nel 2016.

È complicato esigere il rispetto dagli altri, soprattutto quando non riusciamo a rispettare noi stessi. Non volersi abbastanza bene, tuttavia, non concedersi la stima che si è pronti a riconoscere a chiunque, non è quasi mai il frutto di una scelta deliberata. È, al contrario, molto spesso un automatismo innescato da una violenza subita. Forse è la violenza che abbiamo ricevuto quando eravamo troppo piccoli per difenderci, o non sufficientemente maturi per arginarla.

Di solito si tratta di una violenza prolungata, che intrappolava nel suo movimento circolare sia la vittima che il carnefice. In modo incolpevole l’una, colpevole l’altro. Prima di liberarcene, bisogna ammettere che abbiamo nutrito una segreta pietà per il carnefice. Ci sembrava fragile, fragilissimo, un dio di vetro. Abbiamo temuto che un nostro rifiuto, o peggio il nostro legittimo disprezzo, avrebbero potuto mandarlo in pezzi. In effetti è così: sarebbe andato in pezzi. (E che sarà mai! Non siamo sempre in pezzi? Non ricostruiamo ciclicamente dai nostri frammenti le nostre presunte unità?). Pur di non avere sulla coscienza il suo crollo, comunque, lo abbiamo assecondato, lo abbiamo lasciato fare, trasformando la sua violenza nel nostro senso di colpa.

Prima o poi però si attraversa la linea d’ombra. A un certo punto diventare adulti – a quindici o a sessant’anni – non è un semplice dovere, ma un imperativo etico. Da bambini il senso di colpa può essere tutto ciò che abbiamo. Da adulti rischia di trasformarsi in un peccato d’orgoglio. Porgere l’altra guancia, per un adulto, è imparare ad amare? Mettiamo sia così. Allora amare, persino il proprio carnefice, significa non assecondarlo più, significa trattarlo finalmente da essere umano e dunque di conseguenza rifiutarlo, all’occorrenza disprezzarlo, osteggiarlo, combatterlo, denunciarlo, lasciarlo solo con i suoi problemi. Soltanto allora la porta del rispetto si aprirà anche per noi.