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Rivoluzione 2020

Francesco Simoncelli
·7 minuti per la lettura

Come siamo arrivati sin qui (e come andrà a finire)?

La comprensione della natura delle forze che stanno muovendo la rivoluzione che sta distruggendo la repubblica americana è un ottimo modo per prevedere le modalità con cui i risultati delle elezioni di quest’anno andranno ad impattare sul successo o meno della rivoluzione stessa. La questione basilare (che risponde alla domanda: “Chi la guida?”) è storicamente quella più gettonata; tuttavia ogni dissenso interno e ogni particolare interesse afferente alla rivoluzione stessa oscura la domanda principale, ossia: “Qual è il suo scopo?”. Quella di cui siamo testimoni è una rivoluzione guidata dalla nostra classe dirigente, una sorta di “rivoluzione dall’alto” e – di conseguenza – l’abbattimento di tutti gli ostacoli che si frappongono al potere di questa oligarchia è l’obiettivo primario.

Tuttavia, la logica che è sottesa a questa rivoluzione ha un obiettivo totalmente diverso, un obiettivo che ha come vittima finale la civilizzazione stessa.

Quello che segue descrive fino a che punto questa logica si è fatta strada ed ha conquistato gli Stati Uniti, non mancando inoltre di evidenziare la meta finale cui essa potrebbe portare a seconda del risultato delle elezioni.

Regime Change

Nel quinto libro della “Politica”, Aristotele descrive il modo in cui le rivoluzioni spodestano i regimi che (come quello presente negli Stati Uniti) cercano di bilanciare gli interessi delle persone delle classi medio-basse con quelli dei benestanti, dei burocrati e di altri personaggi in primo piano. Dal momento che il punto di equilibrio tra istanze così diverse si sposta nel corso del tempo, il sistema che ne risulta si potrebbe trasformare in una sorta di mix tra democrazia, oligarchia e monarchia. La rivoluzione che consente questa trasformazione è a malapena percettibile, a riprova del fatto che coloro che finiscono per imporsi su tutti gli altri, siano essi provenienti da classi più alte o più basse, non fanno altro che aggiungere al danno la beffa.

Tuttavia, se l’attore che prende il potere distrugge i legami che hanno unito le diverse parti prima della sua rivoluzione, anche degli incidenti di percorso di entità irrilevante possono tramutarsi in un potenziale processo cumulativo di violenza che consuma ogni cosa. La descrizione che Tucidide restituisce della rivoluzione che si consumò in Cocira durante la guerra del Peloponneso è esemplificativa. La rivoluzione francese, la guerra civile spagnola e molti altri episodi del genere fanno da eco a quell’episodio. Oggi la trasformazione verso un modello oligarchico della repubblica degli Stati Uniti sta seguendo lo stesso pattern, dal momento che essa sta diventando sempre più violenta. Aristotele, tuttavia, mostra come le oligarchie che si sono costituite in modo violento siano destinate a perire a causa della medesima violenza che le ha costruite, dal momento che esse tenderanno sempre di più a degenerare in una qualche forma di tirannia o comunque nella preminenza dei poteri di uno solo. La cosa più improbabile che avvenga è il ristabilimento di qualcosa che somigli al vecchio regime di stampo costituzionale.

La Costituzione degli Stati Uniti ha messo in piedi e codificato un buon sistema di bilanciamento dei poteri appartenenti ai Molti [la democrazia nelle elezioni, ndt.], dei Pochi [l’esistenza di un parlamento, ndt.] e di quelli appartenenti ad uno solo [il presidenzialismo americano, ndt.] proprio come lo avrebbe immaginato Aristotele; e ciò armando i cittadini, gli Stati Federati ed il Governo Federale (mediante il decimo emendamento) con il giusto arsenale per mantenere questo bilanciamento. Gli Autori della stessa, tuttavia, non erano affatto illusi del fatto che questa Carta Costituzionale fosse pienamente efficace nel prevenire che degli interessi particolari favorissero il formarsi di fazioni che agissero contro il comune interesse. Durante il Diciannovesimo Secolo, interessi e opinioni nel Sud e nel Nord si sono fusi in classi dominanti antagoniste che hanno combattuto la guerra più sanguinosa di quel secolo. Nel secolo successivo, il Ventesimo, la nozione che il buongoverno derivasse dall’expertise scientifico dei suoi componenti (di pari passo la sempre crescente identità tra il “big government” e il “big business”) rese il terreno culturale fertile per la nascita, la crescita e lo sviluppo di una classe dirigente di matrice progressista. Tra gli Anni Trenta e il primo Ventunesimo Secolo, la centralizzazione dei poteri nelle mani della summenzionata classe è stato un elemento di primaria importanza nella trasformazione degli Stati Uniti da repubblica costituzionale (quale era nel momento in cui era stata creata nel 1776-1789) ad oligarchia.

L’oligarchia progressista negli Stati Uniti

La suddetta classe dominante è stata capace di trasformare il regime di stampo costituzionale degli Stati Uniti grazie alla sua partigianeria di stampo collettivista, la quale è stata capace di creare un ponte tra tutte le divisioni che esistono tra le parti del Governo Federale, gli Stati e – in generale – tra il settore pubblico e quello privato.

Negli Stati Uniti, così come in qualsiasi altra parte del mondo, l’intervento del governo nell’economia e la regolamentazione delle attività private si è tradotta sempre ed invariabilmente nella connivenza dei due. Il più grande effetto di questo fenomeno è stato il fatto che l’offuscamento dei confini di ciò che è da considerarsi pubblico e ciò che invece riguarda i privati – ossia quando il governo decide di redistribuire i compiti ed i relativi premi – ha spostato il fulcro del processo decisionale dal cittadino (che può esprimere la sua preferenza solo tramite il voto) al sistema burocratico e ad i suoi “stakeholder”. Questa operazione di ingegneria sociale delle società di stampo liberale classico è stata effettuata per la prima volta nel 1926 in Italia con la “Legge sulle Corporazioni”, la quale ha rappresentato un elemento caratterizzante il regime Fascista. Prima della Seconda Guerra Mondiale ogni Nazione Occidentale, inclusi gli Stati Uniti (grazie al “New Deal” rooseveltiano), adottò la sua personale versione di questa legge. Nel 1942 il libro di Joseph Schumpeter “Capitalismo, Socialismo e Democrazia” – un’analisi neo-marxista della società – ha descritto questa oligarchia come la conseguenza necessaria della modernità.

Negli Stati Uniti, tuttavia, questa oligarchia aderisce ai criteri d’analisi di Aristotele (o di Marx) solo superficialmente. È vero, come vedremo poi, che i suoi poteri hanno sempre di più accentuato la crescente identità tra potere governativo e ricchezza privata, e quindi la limitazione dell'accesso alla ricchezza a chi è politicamente connesso; ma con il passare dei decenni è diventato sempre più chiaro che l'appartenenza alla classe dirigente degli Stati Uniti dipende principalmente dalla condivisione delle giuste opinioni socio-politiche.

La tradizione europea che vuole come modello ideale di governo il potere detenuto da esperti va fatta risalire a prima di Napoleone ed Hegel, fino ai tecno-burocrati reali. Essendo essenzialmente amorale, tale tradizione politica tratta i trasgressori come ignoranti. Potrebbe punirli come ribelli, ma non come persone cattive. Ecco perché i fascisti, che facevano parte di tale tradizione, non sono mai diventati totalitari. Le persone, specialmente la Chiesa, rimanevano libere di esprimere opinioni diverse fintanto che si astenevano dall'opposizione aperta. La crescente oligarchia americana, tuttavia, ha sempre avuto una vena moralistica e puritana che accusa i dissidenti di essere persone cattive. Sempre di più la classe dirigente americana, plasmata e servita da un sistema educativo fintamente meritocratico (quando in realtà sempre più uniforme), rivendica per sé l'accesso monopolistico alla verità e al bene, e fa del disprezzo morale (oltre che tecnico-intellettuale s’intende) per il resto degli americani il capo della propria identità. Questo, insieme al potere amministrativo e materiale, ha reso la nostra classe dirigente il custode di ogni sorta di beni.

L'affermazione fondamentale del progressismo, che si basa sul fatto che lo stile di vita americano soffra di un'eccessiva libertà e di un'insufficiente elasticità per consentire agli esperti di programmare le vite di ognuno affinché si faccia ciò che è meglio per tutti, è la base intellettuale delle dimensioni, della ricchezza e del potere sempre crescenti dell'oligarchia. Il tema che gli Stati Uniti erano stati mal concepiti nel 1776-89 e dovevano essere ripensati è cominciato a circolare dal governo di Woodrow Wilson (1885) alle campagne di Franklin Roosevelt, John Kennedy, Barack Obama e Joseph Biden: “Ascoltate il scienziati!”. Il punto principale della critica è sempre stato lo stesso: la concezione originale dell'America ha convalidato il diritto delle persone a vivere come vogliono e ha reso difficile schierarle per raggiungere gli scopi dei progressisti.

Ma la critica progressista aggiunge una base morale alle sue argomentazioni: l’insofferenza del popolo americano verso le proprie modalità di vita – ricerca dell’agio privato e delle comodità, l’attenzione alle famiglie, l’osservanza religiosa ed il patriottismo – ha reso possibile ogni peccato immaginabile da un punto di vista secolare: razzismo, sessismo, avidità, ecc. Dal momento che la maggior parte degli ame Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online