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Roma, tutti i perchè di una disfatta quasi annunciata

Omar Abo Arab
·3 minuto per la lettura

Riecheggiano ancora le urla di festa dei calciatori della Lazio dopo la netta vittoria nel derby di ieri contro la Roma. Una caduta che ha pochi eguali nella storia giallorossa, non tanto per il risultato (3-0), ma per come è maturato: la squadra di Paulo Fonseca è rimasta in balia dei biancocelesti dal primo all'ultimo minuto, come non si era mai visto neanche nelle altre rovinose sconfitte contro Napoli e Atalanta (arrivate entrambe con un poker subito).

Paulo Fonseca | Paolo Bruno/Getty Images
Paulo Fonseca | Paolo Bruno/Getty Images

Che i giallorossi faticassero contro le dirette avversarie era ormai risaputo, ma la gran reazione vista nell'ultima gara contro l'Inter, con il pareggio acciuffato nonostante la rimonta nerazzurra, aveva fatto ben sperare. E invece, purtroppo per la Roma e i suoi tifosi, è stata solo una casualità. La sconfitta di ieri ha diversi "padri": l'ormai atavica incapacità di Paulo Fonseca di incidere con i cambi e soprattutto proporre altre soluzioni una volta che gli avversari hanno neutralizzato il tuo gioco: il cambio modulo con la difesa a quattro è arrivato solo dopo il terzo gol biancoceleste. È noto come giochi quella vecchia volpe di Simone Inzaghi, che ha intasato gli spazi e giocato dietro la linea della palla, tagliando poi la Roma in due anche grazie a Ibanez e Spinazzola, che hanno quasi fatto giocare la Lazio in tredici (o quindici...). Bene, Fonseca si è tatticamente consegnato agli avversari su un piatto d'argento.

Smalling contro Immobile | Marco Rosi - SS Lazio/Getty Images
Smalling contro Immobile | Marco Rosi - SS Lazio/Getty Images

In secondo luogo, ma forse anche primo, la clamorosa arrendevolezza dei calciatori della Roma mostrata da subito. Sconcertante se si pensa che questa è (probabilmente era) la squadra terza in classifica. Non c'è stata la benchè minima reazione, a partire da quelli che dovrebbero trascinare la squadra, non solo nel gioco.

Edin Dzeko | MB Media/Getty Images
Edin Dzeko | MB Media/Getty Images

Il primo sul banco degli imputati, ormai da tempo, è Edin Dzeko: colui che indossa anche la fascia di capitano. Abulico, avulso, inesistente e chi più ne ha, più ne metta. Il bosniaco ci ha ormai abituato a sparire sempre nelle gare che contano, dal Porto in Champions due stagioni fa fino al derby di ieri, passando per le gare con Juve e Inter e tante altre. Prima almeno giocava per la squadra, ora non sta facendo neanche più quello. E dire che anche ieri la sua occasionissima giornaliera mangiata l'ha portata a casa: su questo la sua continuità è disarmante.

Lorenzo Pellegrini | Giampiero Sposito/Getty Images
Lorenzo Pellegrini | Giampiero Sposito/Getty Images

Dietro di lui l'altro capitano, quello che gli ha ceduto la fascia per farlo rimanere (sic): Lorenzo Pellegrini. A parte gli errori di misura, si sa che il numero 7 va sempre a corrente alterna, resta negli occhi la sua immobilità sul vantaggio firmato, appunto, da Immobile (su "assist" di Ibanez). Si spera che questo sia stato solo l'ennesimo giro a vuoto in uno scontro diretto, perchè se almeno la Roma continuasse a battere tutte le squadre dal decimo posto in giù... una piccolissima chance di centrare il 4° posto potrebbe sopravvivere. Si dice che sia l'allenatore a dare la mentalità alla sua squadra. Ma se si giudica come la Roma (non) ha giocato le gare contro Siviglia, Lazio, Napoli, Atalanta e altre big...

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