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Russia-Usa, 80 di vertici, tra molto gelo e qualche entusiasmo

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Image from askanews web site
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Roma, 15 giu. (askanews) - Il sessantesimo anniversario del vertice tra John Kennedy e Nikita Kruschev non è un buon viatico per l'incontro tra Joe Biden e Vladimir Putin a Ginevra, domani. Il vertice del giugno 1961, il primo tra superpotenze dell'era televisiva, per il presidente Usa fu un disastro: "mi ha sbranato", disse Kennedy a un reporter del New York Times, condividendo dopo il summit l'impressione che il leader sovietico stesse preparando qualcosa per Berlino. Impressione esatta: due mesi dopo i tedeschi dell'Est cominciarono a costruire il muro tra l'Est e l'Ovest della città, con l'appoggio sovietico.

Kennedy era reduce dalla fallita invasione della Baia dei Porci, di lì a poco sarebbe scoppiata la crisi dei missili a Cuba. Insomma, proprio male per gli americani. Ma il 46esimo presidente, Joe Biden, è un veterano della politica, Putin lo conosce da tempo, e a Ginevra si presenta con un'agenda precisa e pragmatica indicata al G7 e al vertice Nato: se la Russia vuole collaborare, bene, è il messaggio, sennò continuerà l'estremo contenimento degli ultimi 10 anni. Dalla Seconda guerra mondiale i faccia a faccia tra gli inquilini della Casa Bianca e i capi del Cremlino, con alterne sorti, hanno segnato e disegnato l'ordine mondiale.

L'ORDINE GLOBALE DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE Nel 1943, poi nel più famoso vertice di Yalta del 1945, Josif Stalin incontrò il presidente Franklin D. Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill: i vertici dei "Tre Grandi" delinearono l'ordine mondiale del dopoguerra. Nel 'febbraio del '45 il leader sovietico promise l'ingresso in guerra contro il Giappone dopo la resa nazista ma non si impegnò sulle conquiste territoriali che l'Armata rossa stava mietendo in Europa. Roosvelt morì poche settimane dopo e il suo successore, Truman, arrivò a Potsdam per un nuovo vertice dei Tre Grandi a luglio 1945, le rovine di Berlino in fumo e poca esperienza negoziale. L'incontro finì - secondo gran parte delle interpretazioni americane - per concedere a Stalin troppo mano libera. Il segretario del Pcus tra l'altro a Potsdam si impegnò alla convocazione di libere elezioni nei Paesi occupati dall'Urss.

LA GUERRA FREDDA Il senso di aver ceduto troppo a Stalin contribuì in America all'elezione plebiscitaria del repubblicano Dwight D. Eisenhower, in ticket con Richard Nixon nel 1952. Dopo il "summit di Ginevra" del 1955 con Francia e Gran Bretagna, Krushev fu il primo leader sovietico a visitare gli Usa. Ma i rapporti con l'Occidente subirono un drastico peggioramento quando nel 1960 un aereo spia Usa fu abbattuto nei cieli russi: Krushev alla notizia abbandonò il vertice delle quattro potenze a Parigi.

KENNEDY E NIKITA Bel 1961 a Vienna Krushev incontrò il neo-eletto democratico John Kennedy, fresco di elezione e del fallimento del tentativo di invadere Cuba per rovesciare Fidel Castro, alleato di Mosca. Il sanguigno e scaltro segretario del Pcus decise che Kennedy era inesperto e soprattutto debole e pochi mesi dopo a Berlino comparve il Muro che dividerà Est e Ovest fino al 1989. Seguì il braccio di ferro sui missili sovietici a Cuba nel 1962, quando Kennedy si mostrò più deciso, tanto da convincere Krushev a fare marcia indietro per evitare un conflitto nucleare. I due leader non si incontrarono più - il presidente Usa fu assassinato nel 1963 - e non vi fu un nuovo vertice formale Usa-Urss per altri sei anni.

IL DISGELO Richard Nixon, eletto nel 1969, si lanciò in una rinegoziazione delle relazioni con Mosca e Pechino, de facto ridefinendo gli equilibri globali tra poternze. Rieletto, nel 1972 si recò nei due Paesi nemici, diventando il primo presidente americano ricevuto al Cremlino e nei palazzi del potere cinese. Con Leonid Breznev firmò il Trattato per la limitazione delle armi strategiche, il primo accordo per il contenimento della proliferazione nucleare. Breznev incontrò poi Gerald Ford nel 1974 e 1975 e firmò già con il successore, Jimmy Carter, il secondo Tratatto sulle armi strategiche (Salt II). L'invasione sovietica dell'Afghanistan fece calare nuovamente il gelo nei rapporti Usa-Urss, con il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca nel 1980.

L'ERA GORBACHEV L'arrivo di Mikahil Gorbachev cambiò tutto nei rapporti con gli Usa. Al summit di Ginevra del 1985 con Ronald Reagan l'aria era cambiata e al successivo incontro in Islanda partì un vero negoziato sul disarmo nucleare bilaterale, che avrebbe portato ai primi accordi nel 1987. Con George W Bush padre, Gorbachev ebbe otto incontri, firmò lo Start I per la riduzione delle armi strategiche e brindò alla fine della guerra fredda nel 1989 su una nave da crociera: l'Urss sarebbe implosa di lì a due anni.

Il VENTENNIO (PER ORA) DI VLADIMIR PUTIN Eltsin lasciò il Cremlino nelle mani di Vladimir Putin a fine 1999 e lì Putin è ancora oggi. L'attuale presidente russo inizialmente aveva posizioni di grande apertura nei confronti dell'Occidente, riflesse nei buoni rapporti con George W. Bush junior, che nel 2001 di Putin diceva: l'ho guardato negli occhi, ho visto la sua anima". Con Bush nel 2005 Putin discuteva a Bratislava di Iran e democrazia in Russia in Europa. Non sarebbe durata.

Quando Obama fu eletto, nel 2009, Putin era 'in pausa' dal Cremlino, dove aveva contribuito a piazzare per un mandato Dmitri Medvedev. Sul giovane presidente russo Obama sembrò puntar per un vero 'reset', facendo male i conti su chi controllava la stanza dei bottoni nel Cremlino. Con Medvedev comunque firmò il nuovo Start. Putin tornò al potere nel 2012, e le relazioni Usa-Russia a quel punto erano già in netto declino, per poi precipitare nella contrapposizione e il gelo con la crisi ucraina e l'annessione della Crimea nel 2014. Al G7 di Pechino nel 2016 ci fu un breve incontro e Obama avrebbe chiesto a Putin di "darci un taglio" con le ingerenze elettorali.

Con l'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ci fu una nuova inversione di rotta nelle relazioni Usa-Russia, più personali che a livello statale, visto che l'amministrazione del 45esimo presidente Usa ha varato oltre 50 azioni nei confronti della Russia, in gran parte di tipo sanzionatorio. Dopo una serie di incontri a margini di eventi internazionali, The Donald incontrò formalmente Putin a Helsinki nel 2018, con la questione delle ingerenze elettorali russe al centro. In conferenza stampa Trump mise in questione la versione dell'intelligence americana. La consigliera Fiona Hill raccontò poi di avere pensato di fingere un'emergenza medica per interrompere il presidente.

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