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Sanremo 2021: abbiamo, forse, perso il filo del discorso di Achille Lauro?

Di Carlotta Sisti
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Jacopo Raule / Daniele Venturelli - Getty Images
Photo credit: Jacopo Raule / Daniele Venturelli - Getty Images

From ELLE

Quando si poteva andare ai concerti, che pare essere trascorsa un'era e non un anno, sono andata due volte a vedere Achille Lauro e in quella dimensione, quella più viscerale e "smascherante" per chi fa musica nella vita, m'era sembrato di averlo capito. Nei suoi live pre e post partecipazione al Festival di Sanremo, c'erano le stesse cose: ambizione, smania di comunicare e di dire la propria su un milione di cose, teatralità, egocentrismo ma pure sincero desiderio che anche il pubblico si sentisse speciale, e poi la sensualità e la sessualità, così centrali, così esibite, così necessarie da non avere, almeno su di me, nessun effetto erotico, bensì totalmente asessuale.

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C'è, poi, un pensiero che ho sempre associato a Lauro, e cioè che lui non è mai triste e non è mai felice: vive nello struggimento, ed è da lì che nasce tutto, ed è (era?) per questo che la curiosità verso l'artista italiano mutaforme per eccellenza non era scemata, ma anzi cresciuta. Fino a, forse, adesso. Le prime due performance come ospite fisso del Festival di Sanremo, infatti, non hanno detto oggettivamente nulla di nuovo su di lui, che, ricordiamo, solo tra l'edizione 2020 e questa ha, nell'ordine, fatto uscire due album di cover, collaborato a singoli di Gemitaiz, Annalisa ed altri, pubblicato una biografia (che è il suo secondo libro, il primo è del 2019 che si chiama Sono io l'Amleto) dal titolo 6 marzo: L'Ultima notte, girato video, fatto copertine di giornali, campagne pubblicitarie, manca giusto una serie tv, ma arriverà, magari in costume, magari una simil Bridgerton che mischia periodi storici a ciò che le pare.

Ora, per comunicare non è necessario stupire, questo è un fatto, il problema sorge quando tu per primo hai fatto dell'effetto "rottura degli schemi" il tuo modo di arrivare alle persone. E tralasciando, perché diventerebbe un discorso ciclopico, che cosa vuol dire davvero rompere gli schemi, se appari affaticato nel tuo stesso campo di gioco, allora c'è un problema. Allora cominciamo a non capirti più. Se Fiorello, che è il nazional-popolare, apre la prima serata del Festival di Sanremo, che è il nazional-popolare, vestito da Achille Lauro, con un mantello fiorato, lo smalto sulle unghie e il rossetto nero, significa che quell’estetica lì, quella che fino all'anno scorso era qualcosa che voleva idealmente contribuire a smontare gli stereotipi di genere, è ormai completamente sdoganata e depotenziata.

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Forse ne avrebbero dovuto parlare meglio, Fiore e Lauro, di ciò che avrebbero portato sul palco, perché in un certo senso è come se il primo avesse annullato il messaggio del secondo, in un autogol che lascia stupiti, perché era facilmente evitabile: sarebbe bastato, per esempio, che colui che ai tempi (correva l'anno 2017) aveva dato freschezza al panorama musicale con la sua samba-trap, tornasse a giocare più sull'ironia che sull'enfasi. La prima, totalmente scomparsa dalla sua narrazione, la seconda pompata a livelli così cacofonici da perdere di senso. Per dire: "Sono il Glam rock. Sono un volto coperto dal trucco. La lacrima che lo rovina. Il velo di mistero sulla vita. Sono la solitudine nascosta in un costume da palcoscenico. Sessualmente tutto. Genericamente niente. Esagerazione, teatralità, disinibizione. Lusso e decadenza. Peccato e peccatore, Grazia e benedizione. Un brano che diventa nudità. Sono gli artisti che si spogliano, E lasciano che chiunque Possa spiare nelle loro camere da letto e in tutte le stanze della psiche. Esistere è essere. Essere è diritto di ognuno. Dio benedica chi è".

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Così Lauro ha accompagnato le sue foto in veste di Cavaliere dello Zodiaco. Che cosa vi ricorda? Esatto, le cose che diceva l'anno scorso. Ieri sera s'è vestito da Mina, con treccia rossa lunghissima, è stato un bell'omaggio, un'idea più centrata di quella della sera prima, ma, di nuovo, qual è il senso? Achille Lauro è stato quello della trap di borgata, che cantava benissimo in Ragazzi Madre, è stato il ragazzo con le treccine della già citata samba trap che ha partecipato a Pechino Express e s'è affacciato su una fetta di pubblico un po' più mainstream, è stato il selvaggio di BVLGARI e Midnight Carnival (e no, non di Thoiry perché è di Quentin40, lui l'ha solo remixata), poi s'è preso Sanremo e ha portato in prima serata su Rai Uno elementi di chiarissima ispirazione queer, con buona parte della comunità queer che di questa cosa non è affatto felice, anzi, e parla di appropriazione culturale, ma qui dobbiamo fermarci perché la tematica è complessissima e ci vorrebbero altre 20 mila battute.

Questo sunto di massima della sua carriera era utile solo per dire che è un artista che ha tanti registri, ma oggi s'è fermato su uno soltanto, come se lo avessero portato sul palco dell'Ariston in un momento della sua vita in cui, azzardiamo, probabilmente avrebbe più bisogno di staccare, di prendersi una pausa dalle sue elucubrazioni, per evitare l'effetto corto circuito. Ma, arrivata fino a qui, potrei anche aver scritto questo pezzo inutilmente, perché, magari, stasera Lauro spariglia tutto e fa ciò che realmente non ci saremmo mai aspettati. E, vedete, alla fine, l'attesa per il suo momento, c'è ancora.