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Una scarsità di pessimismo che indispone

Gaetano Evangelista
 

Dai massimi di febbraio, la borsa americana ha perso 5 trilioni di dollari di capitalizzazione. Eppure, gli investitori hanno assistito alle vendite con impressionante distacco. Gli analisti sono pessimisti in minoranza. Secondo AAII Orsi e Tori si equivalgono.

Dai massimi di febbraio, la borsa americana ha perso finora 5 trilioni di dollari di capitalizzazione. Le società del “MAGA” hanno ceduto ciascuna più di 100 miliardi di valore. Finora Wall Street ha sperimentato una formale correzione, sebbene tutte le opzioni siano sul tavolo.

Eppure, gli investitori hanno assistito alle vendite con impressionante distacco. Gli analisti finanziari sono pessimisti per un’esigua minoranza. Stando ad AAII, i piccoli investitori sono ribassisti (40% del totale) tanto quanto sono rialzisti (39%; addirittura 9 punti in più, rispetto alla settimana precedente): non proprio un atteggiamento ispirato a panico. Dal 1990 tutte le volte che lo spread Bull-Bear non è risultato inferiore ai -10 punti, a fronte di una flessione superiore al 10% in quattro settimane da parte dello S&P500; hanno visto il mercato cedere ulteriormente nelle successive 2-4 settimane. In tutti i casi.

Il mercato non ha ancora ben compreso la portata negativa di un saldo tinto di rosso in ambo i mesi di gennaio e febbraio. Venendo da un anno positivo, in simili circostanze i dieci mesi successivi sono risultati negativi nel 78% dei casi. L’attivazione del December Low Indicator fa il resto, assieme alle prescrizioni del modello di asset allocation: se marzo fosse finito venerdì, conosceremmo un ulteriore taglio dell’Equity allocation.

La seduta di venerdì ha ufficializzato la fine della distribuzione: il mercato è ora libero di scendere. Malgrado i deflussi dai fondi comuni azionari (-23 miliardi globalmente la scorsa settimana), e il persistente interesse verso i bond mutual fund; lo Stock/Bond ratio negli Stati Uniti sembra aver appena “chiuso” un esemplare doppio massimo con doppio minimo interno. Una configurazione che si registra alla fine dei rialzi prolungati, e soprattutto agli inizi di discese degne di nota. Stessero così le cose, il reddito fisso sarebbe destinato a battere l’Equity ancora per diverso tempo.

In Italia si fa i conti con una situazione oggettivamente drammatica. Venerdì JP Morgan ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il primo trimestre. La chiusura di venerdì di Piazza Affari si colloca a meno del 2% dalla formalizzazione del bear market. Ci aspettavamo un massimo di rilievo – potenzialmente, il massimo dell’anno – a febbraio; ma non certo una caduta così rovinosa: nel giro di due settimane il FTSE MIB ha perso il 16%. Circostanza sperimentata l’ultima volta ad agosto 2011: sarebbero necessitati ulteriori dodici mesi prima del minimo definitivo.

Ma questa volta non possiamo disporre di un Draghi che promette di fare «Tutto ciò che è richiesto». La BCE può al massimo raddoppiare gli acquisti mensili di titoli – da 20 a 40 miliardi al mese – ma servirà a ben poco. La Fed nel frattempo anticiperà il taglio ulteriore da 50 punti basi atteso per il 18 marzo; ma, anche in questo caso, è una mossa tanto richiesta quanto poco influente.

Autore: Gaetano Evangelista Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online