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Scudetti di periferia: le magnifiche sorti di un tale con lo smartphone in mano

Matteo Baldini
·4 minuto per la lettura

La Sampdoria e il Bologna, dopo una dura stagione, sono all'epilogo: si decide finalmente a chi andrà lo Scudetto del 2031. I blucerchiati devono fare i conti con defezioni importanti: fuori il centravanti, aveva da fare con la fidanzata, così come il portiere che, come da comunicato ufficiale, aveva già preso appuntamento per andare al cinema con due amici e proprio non ce la faceva a liberarsi. Dall'altra parte i felsinei si schierano con l'undici ideale, con l'innesto aggiuntivo del bomber fresco di firma: il direttore sportivo ha notato questo ragazzotto al parco e si è mosso prontamente per soffiarlo alla concorrenza, offrendogli 80 euro e, dopo una tesa contrattazione, un abbonamento trimestrale in palestra e uno smartphone. La proverbiale offerta che non si può rifiutare. Dopo 20 minuti di ritardo ecco che arriva il direttore di gara, che poi è un nipote del tecnico blucerchiato: c'era traffico, si scusa. Ci siamo, via alle ostilità...

La Serie A | Paolo Bruno/Getty Images
La Serie A | Paolo Bruno/Getty Images

Prospettive distopiche di un calcio orgogliosamente proiettato nel futuro: prepariamoci ad amare le piccole cose e le miserie di chi abita fuori dall'élite del pallone, a partite giocate fuori dallo stadio, per strada, a trasportare con tanta fatica e buona volontà il calcio del passato in un altro tempo: quello di prima è occupato e non ha più posti liberi (anzi sì, ne ha 5). Quando un'idea grandiosa viene data alla luce, quando si partoriscono le trovate epocali, viene naturale che l'occhio sia abbagliato: una quotidiana parata di stelle, uno scontro tra titani perpetuo, un conto che cresce a dismisura e non conosce confini di sorta. Un circolo virtuoso/vizioso costruito a tavolino, un tavolino molto piccolo, con pochissime sedie attorno.

Come restare indifferenti o voltare altrove lo sguardo? Gustarsi uno Juventus-Real Madrid, un Barcellona-Manchester City, non sarà più l'eventualità di una fortunata stagione in Champions, sarà una certezza costante che accompagnerà il tifoso nella sua vita. Il tifoso, esatto. Ma non quella vecchia figura ingiallita, non quel tizio che nel fine settimana prende la sua macchinina, gira per ore a caccia di un posto, si prende il suo giornaletto della squadra e, salendo le scale, arriva banalmente nel cuore dello stadio, sedendosi nel suo posto (ingiallito a sua volta) ad assaporare l'attesa, il riscaldamento, i primi cori, i rumori che lo accompagnano verso i 90 minuti. Non lui.

CR7 e Messi | David Ramos/Getty Images
CR7 e Messi | David Ramos/Getty Images

Il tifoso di questo show è eternamente giovane, è smart, ha comprato divisa, tuta, cover del cellulare ufficiali della squadra, non prende nessuna macchinina (quindi non inquina neanche, scelta ecologica) e resta bello comodo, con ovviamente la tuta ufficiale addosso, col suo smartphone in mano. Buttato sul divano mi apre un attimo TikTok perché c'è una che sculetta, se l'era incautamente persa, e dopo il 12' minuto si ricorda che, per la quarta volta in un anno, c'è Real Madrid-Milan. Il vero tifoso è lui, i club fondatori lo sanno bene, e perlopiù vive in una città lontana mille chilometri sia da Madrid che da Milano, non ha la più pallida idea di cosa sia il Bernabeu, di cosa sia San Siro. Non gli interessa neanche troppo. Al 29' gli arriva un like, mette in pausa un attimo prima che Vinicius tiri in porta. Si appiccica su Facebook con un tizio che scrive dalla Norvegia e poi compra un paio di scarpe che aveva puntato da un po'. Si prepara un panino. Sta per scoprire che fine abbia fatto il tiro di Vinicius ma una notifica lo ferma: l'amico gli dice di scendere, vanno a bersi qualcosa. Dopo qualche ora, un po' brillo, controlla le notifiche e scopre che Vinicius aveva segnato ma, alla fine, non è neanche così grave: tra 15 giorni si rigioca, ci sarà modo di rifarsi.

Perez e Agnelli | GERARD JULIEN/Getty Images
Perez e Agnelli | GERARD JULIEN/Getty Images

Intanto fuori da un malconcio campo sportivo nella periferia di Genova, considerando che Marassi è ormai invaso dalle piante e dai calcinacci, migliaia di persone stipate e sudate spingono per entrare. Hanno tante sciarpe, un tizio indossa la maglia di Flachi del 2003, qualcuno fa partire un coro anche se sa di essere arrivato troppo tardi per poter entrare. Ci sono zone della strada da cui comunque si intravede lo stesso quel che succede in campo, chi è rimasto fuori si affaccia da lì e prova a forza di spintoni a ritagliarsi un buco: tanti falli, un pallone spazzato via che colpisce una signora mentre passava di lì per caso, un ridicolo autogol nel tentativo di liberare l'area.

La consolante consapevolezza che le cose non le ammazzi con la forza.

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