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Se Borsa italiana torna italiana

La Voce
·6 minuti per la lettura

Con la vendita di Borsa italiana da parte di Lse ha preso il via un progetto ambizioso per la creazione di un mercato borsistico paneuropeo, guidato da un asse franco-italiano. Ecco a quali condizioni può rappresentare un’opportunità per il nostro paese.

L’operazione

Da quando il London Stock Exchange (Lse) ha dichiarato che sarebbe stato disposto a cedere Borsa italiana e Mts, pur di portare a termine l’acquisizione della Refinitiv (ex divisione di Thomson-Reuters, un gigante da 27 miliardi di dollari provider di dati finanziari e gestore di piattaforme di trading), il governo italiano e alcune forze politiche si sono attivate perché la Cassa depositi e prestiti (Cdp) riconquistasse “una infrastruttura fondamentale per il paese” che aiuti il sistema industriale italiano a raccogliere capitali sul mercato e lo faccia uscire dal nanismo.

L’alleato scelto è Euronext, che controlla le borse di Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Lisbona, Dublino e Oslo. Grazie anche al supporto italiano, Euronext è riuscita a entrare in trattative esclusive con Lse, dopo aver battuto le offerte di Deutsche Börse e degli svizzeri di Six, che recentemente hanno rilevato la Borsa di Madrid.

Il progetto prevede che Cdp debba detenere l’8 per cento del nuovo conglomerato, al pari di Caisse Des Dépôts & Consignations, mentre Intesa Sanpaolo al pari di Bnp Paribas salirebbe al 2 per cento. Secondo gli analisti, gli asset italiani varrebbero tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro, mentre oggi Euronext capitalizza circa 6,5 miliardi.

Dal punto di vista della governance, le indiscrezioni trapelate indicano che all’Italia verrebbero assicurati due posti nel consiglio di sorveglianza, al pari della Francia, e ne esprimerebbe il presidente, mentre l’amministratore delegato di Borsa italiana farebbe parte del comitato di gestione.

Dal punto di vista industriale Euronext ha promesso di valorizzare gli asset italiani e in particolare: 1) estendere a tutta Europa il progetto Elite, ideato in Italia per avvicinare le piccole e medie imprese al mercato dei capitali; 2) utilizzare i servizi di Cassa di compensazione e garanzia per servire le società del gruppo; 3) far diventare l’Mts il punto di riferimento per tutto il segmento obbligazionario del gruppo. Dal punto di vista della supervisione, infine, la Consob sarebbe invitata a partecipare al collegio dei revisori che controlla l’attività della federazione dei listini, con presidenza a rotazione semestrale. Il progetto, indubbiamente ambizioso, si propone la creazione di un mercato borsistico paneuropeo, con un asse franco-italiano, che possa servire da polo di attrazione per il mercato tedesco, spagnolo, polacco e altri ancora.

Ne vale la pena?

In un’epoca nella quale lo stato italiano si appresta a giocare un ruolo fondamentale in Alitalia e nel campo delle infrastrutture autostradali, della fibra ottica e, forse, della siderurgia, la domanda che molti si pongono è se valga la pena che Cdp entri anche nel campo dei mercati finanziari utilizzando denaro pubblico. In altri termini, se anche in questo caso esistono fallimenti di mercato che debbano essere corretti dalla mano statale, invece di utilizzare una buona regolamentazione e supervisione, le cui deficienze hanno giocato un ruolo rilevante in questi fallimenti.

Quando nell’estate del 2007 Massimo Capuano, allora amministratore delegato di Borsa italiana spa, annunciò la fusione del listino milanese con il London Stock Exchange, le banche italiane divennero le prime azioniste del gruppo, con una quota del 28 per cento. La fusione venne celebrata con entusiasmo nei salotti finanziari e politici, che videro l’opportunità di far rientrare il listino italiano nel più importante circuito finanziario internazionale. La posizione dominante delle banche italiane nel capitale del Lse, tuttavia, durò poco, giacché di lì a qualche mese prima Unicredit e Banca Intesa e poi tutte le altre vendettero le proprie quote per 1,6 miliardi di euro, realizzando importanti plusvalenze, dati i bassi prezzi di carico con i quali avevano acquistato le azioni a seguito della privatizzazione della Borsa realizzata dieci anni prima. Alla decisione di alienare le quote del Lse contribuì la direttiva Mifid, che era entrata in vigore in quegli anni e che aboliva l’obbligo di concentrazione sui mercati regolamentari, consentendo agli intermediari di costruire circuiti di scambio alternativi. Soprattutto, contribuì l’incapacità delle autorità di convincere le banche italiane a costituire un unico veicolo in cui far confluire le loro quote.

Col senno del poi, da un punto di vista finanziario, la decisione di vendere le azioni della London Stock Exchange Group si è rilevata un grave errore, giacché da allora la quotazione del titolo è quasi decuplicata e oggi la società ha una capitalizzazione di 41 miliardi di dollari, con dei multipli da tech company (P/E= 79). Alla Borsa italiana gli inglesi hanno concesso un’ampia autonomia e assicurato una governance italiana, anche se non sono riusciti a valorizzarne pienamente gli asset.

Figura 1 – Quotazione del London Stock Exchange Group e di Euronext

Fonte: Lse e Euronext

In questi anni il modello di business delle borse è molto cambiato, non perché non continuino a occuparsi dell’ammissione a quotazione di strumenti finanziari e della loro negoziazione. Anzi da questo punto di vista le principali borse sono riuscite a tenere a bada i più importanti concorrenti che minacciavano il loro monopolio, quali gli scambi Otc, le piattaforme elettroniche e i dark pool, e oggi le loro infrastrutture gestiscono quotidianamente miliardi di ordini e trilioni di dollari. Tuttavia, dopo innumerevoli fusioni e acquisizioni, le borse più attive sono diventate dei conglomerati finanziari straordinariamente potenti, che controllano dai software che alimentano i back office delle banche agli indici utilizzati nei mercati finanziari e soprattutto controllano i dati utilizzati dagli investitori. Le nuove fonti di reddito sono più stabili delle commissioni da negoziazione, perché vendute tramite abbonamenti e i loro ricavi crescono in maniera esponenziale, mentre quelli tradizionali sono stabili o diminuiscono. Ecco perché il Lse è disposto a sacrificare la Borsa italiana pur di conquistare la Refinitiv.

In questo contesto, la pur bella operazione studiata dal governo italiano, se da un lato ci permette, seppure a caro prezzo, di giocare un ruolo rilevante sullo scacchiere europeo in un settore in forte sviluppo, non ci assicura affatto che le imprese italiane correranno a quotarsi. Inoltre, Euronex, dove le commissioni tradizionali pesano ancora per il 75 per cento del suo fatturato, più che un’infrastruttura paneuropea dovrà evolvere verso una società di gestione dei dati, se vorrà competere con le sue più forti rivali.

Il 16 dicembre, data in cui l’Antistrust europea prenderà la sua decisione, vedremo se il sistema Italia giocherà la partita. Tuttavia, è bene capire che se vogliamo rendere un servizio al paese, in quello stesso momento bisognerà aprire un tavolo di discussione con i nostri partner francesi su una serie di temi molto più operativi, quali il costo dei servizi per gli intermediari e i clienti finali, la qualità della piattaforma utilizzata, una drastica semplificazione della documentazione richiesta per la quotazione, la disponibilità della ricerca.

Di Rony Hamaui

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online