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Se nel Giorno della memoria Emanuele Filiberto di Savoia chiede perdono alla comunità ebraica...

Di Monica Monnis
·3 minuto per la lettura
Photo credit: sakchai vongsasiripat - Getty Images
Photo credit: sakchai vongsasiripat - Getty Images

From Cosmopolitan

It's too late to apologize. La hit dei One Republic rimbalza nella mente e diventa una cit inflazionata tra i commenti sotto i diversi post social dedicati alla lunga lettera di scuse scritta da Emanuele Filiberto di Savoia a nome della sua famiglia per le leggi razziali diramate contro la comunità ebraica e firmate dal bisnonno Vittorio Emanuele III, che hanno dato il via al genocidio più crudele della storia moderna. Una richiesta di perdono (tardiva?) avvenuta a ridosso del Giorno della Memoria, giornata simbolica ma necessaria in cui ricordare le vittime dell'olocausto è un dovere morale e umano, in cui tenere vivo il ricordo della Shoah, per chi non sa e deve sapere è un tassello di un disegno più grande in cui sono uniti con un filo rosso passato presente e futuro nel nome di uguaglianza e accettazione (vedi oggi la persecuzione degli uiguri nello Xinjiang).

Nella sua lunga lettera ai “fratelli ebrei italiani” postata sul suo profilo facebook (vedi sopra), Emanuele Filiberto di Savoia chiede perdono, definendo le scelte del bisnonno "un’ombra indelebile per la mia famiglia" e “una ferita ancora aperta per l’Italia intera". A seguire sull'account, post sulla copertura mediatica data alla notizia, dall'intervento al TG5 al servizio di una televisione francofona e commenti entusiasti per il mea culpa con messaggi sul gran cuore di "vostra altezza" (cit), l'umiltà, il coraggio, l'onestà e l'intelligenza. Spazio anche a chi invece, vede in queste scuse una mossa pubblicitaria, un repulisti di coscienza per una futura propaganda elettorale, e chi proprio gli 83 anni di ritardo dal sorry non riesce a mandarli giù.

Del secondo filone i principali esponenti della comunità ebraica italiana che hanno giudicato le parole di Emanuele Filiberto “apprezzabili” ma senza dubbio “tardive”. Queste le parole del comunicato della Comunità Ebraica di Roma riportato da Repubblica: "Ciò che è successo con le leggi razziali, al culmine di una lunga collaborazione con una dittatura, è un’offesa agli italiani, ebrei e non ebrei, che non può essere cancellata e dimenticata", e poi "Il silenzio su questi fatti dei discendenti di quella Casa, durato più di ottanta anni è un’ulteriore aggravante. I discendenti delle vittime non hanno alcuna delega a perdonare e né spetta alle istituzioni ebraiche riabilitare persone e fatti il cui giudizio storico è impresso nella storia del nostro Paese". In sintesi, l’abominio delle leggi razziali che ha aperto la strada allo sterminio non può essere dimenticato, le scuse valgono poco specie se vengono da Casa Savoia, che ha taciuto per 80 anni sulla sua collaborazione con la dittatura fascista.

"Oggi, dopo 82 anni il discendente, il bisnipote Emanuele Filiberto, afferma un sentimento di ripudio e condanna rispetto a quanto avvenuto. Un lasso di tempo molto lungo. Perché ora?", si chiede invece l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) prendendo atto delle parole di costernazione e ravvedimento del principe e chiedendo "nei prossimi mesi e anni, azioni concrete e quotidiane" coerenti con le scuse. Un perdono che comunque non si può concedere, perché "né l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane né qualsiasi Comunità ebraica possono in ogni caso concedere il perdono in nome e per conto di tutti gli ebrei che furono discriminati, denunciati, deportati e sterminati". E Liliana Segre, vittima di quelle leggi raziali, che ne pensa di tutto ciò? “Non ho parole, preferisco il silenzio”, ha detto al Sir, tranchant, ricordando che "il silenzio, volendo, fa un grande rumore”. Punto e a capo.