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Si candida Eric Zemmour "per salvare la Francia"

·6 minuto per la lettura

Ormai è ufficiale: Eric Zemmour è candidato alle prossime elezioni presidenziali francesi. L’annuncio, nell’aria ormai da mesi, è arrivato con un video diffuso sui social, annunciato con largo anticipo dallo staff. Una non-notizia, utile più a rilanciare l’immagine di un outsider alla ricerca di legittimità in seguito al recente crollo nell’opinione pubblica.

L’opinionista e giornalista ultraconservatore appare seduto, mentre legge un testo, con un sottofondo di musica classica. Per assurdo nel suo discorso intriso di orgoglio nazionale, di restituzione della Francia ai francesi, nell’annuncio di una candidatura perché “non è più tempo di riformare la Francia ma di salvarla”, sceglie di farsi accompagnare la settima sinfonia del teutonico Ludwig van Beethoven. In meno di dieci minuti si ritrovano tutti i temi più cari al pantheon zemmouriano. Al discorso di alternano immagini, prima in bianco e nero poi a colori. Zemmour ricorda la Francia di una volta, quella di Napoleone e del generale Charles de Gaulle, ma anche Brigitte Bardot e Alain Delon. “Un paese di cui i vostri figli hanno nostalgia senza neanche averlo conosciuto”, dice il candidato prima di passare ai giorni d’oggi: “Da decenni i nostri governi di destra e di sinistra ci hanno condotto sul cammino funesto del declino e della decadenza”. Intanto, le immagini cominciano a mostrare scontri durante manifestazioni, proteste delle Femen, immigrati e banlieue.

Dopo la cavalcata nei sondaggi degli ultimi mesi, lanciata da un pompaggio mediatico che lo vedeva al secondo turno insieme al presidente Emmanuel Macron, il fenomeno Zemmour si è sgonfiato. Secondo un’inchiesta realizzata da Ifop per il settimanale Le Journal du Dimanche, l’ex editorialista del Figaro avrebbe perso due-tre punti, scivolando tra il 14 e il 15%, dietro a Marine Le Pen (19-20%) e il presidente Emmanuel Macron, stabile al primo posto tra il 25 e il 28%. Zemmour paga la sovra-esposizione, ma anche le sparate che hanno accompagnato la sua onnipresenza sui piccoli schermi di Francia. Come quando ha affermato che avere “un appartamento da 100 metri quadrati a Parigi” non è da ricchi o quando ha puntato un fucile (ovviamente scarico) contro i giornalisti durante una visita al salone Milipol dedicato alla sicurezza esclamando “Non si scherza più, eh!”. Le accuse di xenofobia, omofobia e revisionismo storico (che in passato gli sono già valse due condanne per incitamento alla discriminazione razziale e all’odio religioso) cominciano a far scricchiolare l’impalcatura costruita per lanciare la corsa all’Eliseo.

L’opinionista adesso appare nervoso, incapace di gestire le critiche e gli attacchi. Come quando alcuni giorni fa a Marsiglia ha risposto ad una manifestante che gli mostrava il dito medio con lo stesso gesto. La sbandata di troppo, interpretata da molti come la dimostrazione della mancata statura presidenziale di una figura ormai abituata a farsi strada a colpi di sensazionalismo. Il mea culpa è arrivato via social, dove Zemmour ha riconosciuto un gesto “inelegante” e fuori luogo. Intanto, i suoi rivali si sfregano le mani. Soprattutto a destra.

“La trasformazione da polemista a candidato alla presidenziale non è avvenuta”, ha commentato Le Pen, che tira un sospiro di sollievo nel vedere il rivale mentre arranca lasciandogli spazio. Zemmour non riesce a togliersi di dosso le vesti di opinionista dalla polemica facile. Ma con l’annuncio di oggi si apre una nuova tappa, che porta il neo-candidato ufficialmente sulla pista della corsa all’Eliseo.

Nei prossimi mesi l’opinionista continuerà a cavalcare i cavalli di battaglia che l’hanno reso noto al grande pubblico francese: l’immigrazione e l’anti-Islam. I punti cardinali del suo pensiero, sui quali orientare la bussola verso la presidenza. Sul primo, la linea è netta e chiara: “Bisogna bloccare l’immigrazione legale e illegale”, ha dichiarato dal palco di Lille a inizio ottobre. La promessa è di espellere i due milioni di immigrati arrivati durante il mandato del presidente Emmanuel Macron (cifra contestata da diversi servizi di fact checking) per mettere fine a quella che definisce una “follia”. Ma il progetto guarda oltre e punta a “rifare i francesi” attraverso un processo di “assimilazione” necessario ad integrare gli stranieri presenti in Francia. “Significa diventare francesi, vestirsi come i francesi, dare un nome francesi ai proprio figli”, diceva il giornalista ad ottobre durante un dibattito con il leader della France Insoumise, Jean-Luc Melenchon su BfmTv. Per questo Zemmour propone di restaurare una legge del 1803 decisa all’epoca da Napoleone per vietare l’utilizzo di nomi stranieri. “Trovo triste che dopo tre generazioni un bambino venga chiamato ancora Mohammed”, spiegava a France 2. La proposta strizza l’occhio alla destra identitaria abbracciando la teoria della “grande sostituzione” elaborata da Renaud Camus che vedrebbe il popolo europeo minacciato dai nuovi flussi migratori destinati a sostituirlo progressivamente. “La grande sostituzione non è né un mito né un complotto ma un processo implacabile” si legge nel suo ultimo libro, “La Francia non ha detto al sua ultima parola”, che ha venduto più di 250 mila copie.

Provocazione o programma politico? La domanda in Francia se la fanno in molti e la risposta potrebbe arrivare nelle prossime settimane, cruciali per convincere l’elettorato e colmare le tante lacune che restano in un programma ancora incompleto.

Il controverso opinionista ultraconservatore in queste ultime settimane ci ha provato a rafforzare la sua credibilità, lavorando soprattutto sulle proposte economiche, vero tallone d’Achille. L’attenzione è tutta sul potere d’acquisto, definito dal 45% cento dei francesi come il tema più importante della campagna elettorale secondo un sondaggio di Odoxa per Europe 1. Zemmour parla prima di tutto ai gilet gialli, cittadini di quella Francia periferica insorti nel 2018 contro i rincari della benzina. In caso di vittoria, l’ex giornalista del Figaro promette di togliere la patente a punti e di rivedere i limiti di velocità su alcuni tratti stradali del Paese. Alla classe imprenditoriale propone invece di tagliare radicalmente le imposte di produzione, con un’attenzione particolare alle piccole e medie imprese. Sull’età pensionabile, invece, l’idea è di aumentare la soglia portandola a 64 anni, due in più rispetto a quella attuale, tra le più basse d’Europa. Niente di rivoluzionario al momento.

L’Unione europea è un pretesto per tornare sui temi identitari, quelli di una Francia che rischia di “dissolversi” nella “chimera” di Macron. Il presidente è “l’uomo della mondializzazione felice, pensa che non bisogna mai chiudere le frontiere” diceva Zemmour a inizio ottobre intervenendo ai microfoni di Europe 1. Tuttavia, Parigi non deve più uscire dall’Euro, contrariamente a quanto sostenuto nel 2013 al quotidiano belga L’Echo. La strategia della Le Pen, che nel 2017 ha incentrato il suo programma sulla Frexit fallendo miseramente, è servita a Zemmour, che adesso mantiene un euroscetticismo di fondo senza spingersi troppo oltre.

La crisi del coronavirus è invece un pretesto utilizzato da Macron per distogliere l’attenzione dai veri temi importanti. “Il Covid perette di cambiare mediaticamente l’agenda”, spiegava a France info qualche giorno fa. Per questo, il green pass verrà immediatamente soppresso in caso di vittoria.

Questa sera Zemmour interverrà ai microfoni del telegiornale di Tf1, dove sarà maggiori dettagli sul suo programma, prima del grande meeting parigino di domenica prossima, organizzato all’indomani del congresso dei Repubblicani durante il quale si sceglierà il candidato del centro-destra.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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