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Fari puntati sul Recovery Fund, tutti i nodi da sciogliere

"Gli Stati membri hanno convenuto di lavorare per la creazione di un fondo per la ripresa, che è necessario e urgente". Con queste parole il presidente Charles Michel chiude i lavori del Consiglio Ue chiamato a ragionare sulle risposte economiche all’emergenza coronavirus. Un fondo che "dovrà essere di entità adeguata mirato ai settori e alle aree geografiche dell'Europa maggiormente colpiti e destinato a far fronte a questa crisi senza precedenti" ha specificato Michel.

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C’è il consenso quindi all'introduzione del cosiddetto Recovery Fund, come richiesto dall'Italia, ma con una serie di dettagli tutti da definire. Su questo punto infatti il Consiglio europeo ha dato mandato alla Commissione di lavorare a una proposta che dovrà giocoforza scontrarsi con le posizione di due schieramenti divisi: quello dei paesi del Nord Europa, che vorrebbero il Recovery Fund finanziato attraverso prestiti, e quelli dei paesi Mediterranei (Italia, Francia, Spagna) che mirerebbero invece a sovvenzioni a fondo perduto che non saranno restituite se non attraverso il pagamento dei soli interessi.

Ursula von der Leyen e Charles Michel (Olivier Hoslet, Pool Photo via AP)

La palla passa dunque alla Commissione Europea che il 6 maggio dovrà trovare una quadra per quello che attualmente non si può ancora definire come un accordo. Quel giorno, in pratica, si dovrà discutere come e quanto sarà finanziato il fondo e in che modalità saranno distribuite le risorse tra i Paesi membri.

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Nella prima bozza del piano, come riportato da La Stampa, l'esecutivo Ue propone di inserire il Recovery Fund all'interno del prossimo bilancio Ue per mobilitare fino a duemila miliardi di euro. Lo farà attraverso l'emissione di obbligazioni per 320 miliardi di euro, più altri strumenti, con un incremento delle risorse proprie per far salire il budget dall'1,2 al 2% del Pil senza però far aumentare drasticamente i contributi dei Paesi.

L'intento di Ursula von der Leyen è quello di trovare un equilibrio tra prestiti e sussidi al 50%, ma non tutti i Paesi sono d'accordo...

Gli schieramenti

I cosiddetti Paesi "frugali" (Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia e Austria) si oppongono ad aumenti del budget comune e a forme di trasferimenti a fondo perduto. Su questo punto è stato chiaro il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che ha parlato esplicitamente di prestiti e non di elargizioni a fondo perduto.

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"L'ammontare del Recovery Fund dovrebbe essere pari a 1.500 miliardi e dovrebbe garantire trasferimenti a fondo perduto ai Paesi membri, essenziali per preservare i mercati nazionali, parità di condizioni, e per assicurare una risposta simmetrica a uno shock simmetrico". Questa la posizione dell'Italia, espressa attraverso le parole di Giuseppe Conte, che ha trovato l’appoggio di Francia, Spagna, Portogallo e Grecia. "Servono trasferimenti di risorse verso i Paesi Ue più colpiti da questa crisi, non dei prestiti", ha commentato il presidente francese Emmanuel Macron.

Non si schiera apertamente la Germania anche se la cancelliera Merkel ammette che "non su tutto siamo della stessa opinione", anzi che c'è un vero e proprio "disaccordo" su come finanziare il fondo. Berlino si è comunque detta disponibile a versare di più al bilancio europeo.

Le prossime tappe

Il 18 maggio la proposta della Commissione finirà poi sul tavolo dell'Eurogruppo e comincerà il negoziato, mentre dal 1° giugno saranno pienamente operativi i tre strumenti a cui il Consiglio Ue ha dato il via libera: fondi Bei per le imprese (200 miliardi), nuova linea di credito del Mes senza condizionalità (240 miliardi), il meccanismo Sure (100 miliardi). Il 18-19 giugno è in calendario il Consiglio Ue: in questa occasione i capi di Stato e di governo dovranno necessariamente trovare un accordo definitivo se vogliono che il Recovery Fund sia operativo dai primi giorni di luglio.

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