Small is cute: la Scozia verso l'indipendenza

Dopo lunghe e sanguinose guerre di indipendenza, la Scozia torna a chiedere la propria autonomia.  Ma stavolta utilizzando misure meno drastiche, come il referendum.
A distanza di oltre 700 anni dai primi conflitti per l'annessione e a 300 anni dall'Atto di Unione, che comportò la fusione del Regno di Scozia con quello d'Inghilterra, la Scozia tornerà al voto nel 2014: lo hanno deciso, dopo una lunga trattativa, il primo ministro britannico David Cameron e il primo ministro scozzese Alex Salmond, leader dello Scottish National Party (SNP, “Partito Nazionale Scozzese").

Il quesito sarà lineare e semplice: “Siete d’accordo che la Scozia diventi una nazione indipendente?”. Recenti sondaggi sono già in grado di dare una risposta: pare infatti, secondo alcuni dati pubblicati sullo Herald Scotland, che il 53% degli scozzesi non voglia l'indipendenza, contro il 28% di quelli a favore ma ad una condizione. La soluzione ottimale, per Edimburgo, sarebbe l'indipendenza leggera, che garantisca la totale autonomia fiscale all’interno del Regno Unito e la possibilità del parlamento scozzese di legiferare in ogni ambito - dalla salute all'istruzione fino alle tasse locali -  eccetto la difesa e la politica estera, che rimarrebbero competenza del Regno Unito.
Il problema infatti, più che culturale e storico, è economico: l'indipendenza, secondo Salmond, porterebbe ad un maggiore controllo delle tasse e una gestione autonoma della leva fiscale per, ad esempio aumentare la competitività e attrarre investimenti.

Dal canto suo, la Gran Bretagna cerca di scoraggiare la Scozia al grande passo: qualche mese fa l'Economist pubblicò un articolo che cercava di smorzare gli entusiasmi del modello scozzese, invitando la Scozia a non affrontare questa decisione in un momento economico così tempestoso come quello attuale. "La Scozia indipendente - commentava il quotidiano - in quel mare sarebbe una barca piccola e vulnerabile. Attualmente il suo PIL dipende per il 18% dal petrolio, il che la rende un soggetto fragile nell'alternarsi delle fluttuazioni del prezzo mondiale della materie prime".
In contrappeso, un articolo del gallese Adam Price, pubblicato sulla rivista della Harvard University dimostra il contrario: partendo proprio dalla crisi economica globale che ha investito dapprima gli Stati Uniti e poi il Vecchio Continente, Price sostiene - portando ad esempio acluni casi come Islanda o Costa Rica - che "small is successful, sexy, smart and even cool". E lo fa con dati alla mano: utilizzando fonti della Banca mondiale, il team guidato da Price ha scoperto che i piccoli Stati della UE (con meno di 15 milioni di abitanti) hanno registrato un aumento del 50% delle esportazioni pro capite tra il 2000 e il 2008, a fronte di un aumento del 35% degli Stati più grandi. Una situazione favorita proprio dalle piccole dimensioni, che richiede di concentrarsi sull'esportazione di pochi prodotti specializzati e servizi di nicchia che le grandi nazioni non sono in grado di fornire.

Una copia dell'accordo sul referendum per l'indipendenza della Scozia


"Small is cute", piccolo è bello. Così il referendum scozzese potrebbe diventare un'efficace apripista: Baschi, Catalani, Fiamminghi, Valloni, Kurdi, Lapponi, numerosi sono gli esempi in Europa di paesi che da anni reclamano la propria indipendenza dallo stato centrale e che oggi potrebbero ottenerla legalmente.
Un'idea che si contrappone totalmente all'attuale piano perseguito dall'Unione Europea, quello della centralizzazione dei poteri in mano ad un unico organismo - come ad esempio la Bce - limitando la sovranità nazionale dei singoli stati europei. Un progetto che l'Italia in primis spinge per la realizzazione, come confermano le recenti parole del presidente Napolitano.
Proprio stamattina, dal Convegno della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro a Napoli, il capo dello Stato ha richiesto la cessione da parte degli stati europei di "quote di sovranità", specie per quegli stati maggiormente in crisi, "per tornare a crescere". "Le innovazioni - ha affermato Napolitano - comportano ulteriori trasferimenti di poteri decisionali e di quote di sovranità, in questo senso si pone la questione "dell'integrazione politica della Ue".