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Smart working per contratto

Giuseppe Colombo
·Business editor L'Huffington Post
·6 minuti per la lettura
Work smart text - motivational reminder handwritten on sticky note (Photo: Piotrekswat via Getty Images)
Work smart text - motivational reminder handwritten on sticky note (Photo: Piotrekswat via Getty Images)

C’è una data da cerchiare in rosso sul calendario. Il 15 ottobre. Al netto di ripensamenti terminerà lo stato di emergenza deciso dal Governo per l’emergenza coronavirus. Non è una questione solo psicologica o politica. Ritornare all’ordinario implica l’uscita dalla logica dell’eccezionalità anche per alcune questioni chiave. Come lo smart working, che ha coinvolto tra i 6 e gli 8 milioni di italiani. Paletti saltati, per il datore di lavoro di fatto solo la possibilità di ratificare una scelta imposta dal Covid, ma a metà del mese prossimo si torna alla legge ordinaria, la numero 81 del 2017. E quindi all’obbligo di un accordo individuale e scritto tra il datore di lavoro e il lavoratore. Certo la legge contiene una serie di diritti in capo a chi fa il lavoro agile, ma aumenta la discrezionalità del datore anche rispetto alla concessione o meno dello smart working. Per questo il Governo vuole intervenire. Lo farà modificando la legge e spostando il baricentro dalla modalità face to face alla contrattazione nazionale e, a cascata, a quella aziendale.

Un punto di caduta all’interno dell’esecutivo deve essere ancora trovato, ma la direzione è già tracciata. E la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, pur non entrando nei dettagli, la illustrerà giovedì al tavolo con i sindacati e con le associazioni delle imprese. La considerazione che fa da base all’intervento del Governo è che lo smart working è esploso nei numeri (da 570mila del 2019 a 6-8 milioni di oggi), ma soprattutto ha fatto esplodere una serie di questioni che tre anni fa, quando fu fatta la legge, erano ancora latenti e che latenti sono state fino a quando non è diventato un fenomeno di massa. Le questioni hanno il nome di diritto alla disconnessione, orario di lavoro, pause, buoni pasto. Ora queste questioni hanno bisogno di una cornice più dettagliata, possibilmente personalizzata in base al tipo di lavoro che si svolge. È un passaggio molto delicato perché queste questioni impattano sui diritti dei lavoratori e sulla loro vita quotidiana. E allo stesso tempo impattano sulle esigenze dei datori di lavoro perché lo smart working ha anche l’altra faccia della medaglia: non è solo uno strumento per favorire la conciliazione vita privata (familiare e non)-lavoro, ma ingloba in sé anche il rischio di trasformarsi in una sorta di buco nero, rendendo di fatto impossibile un check del lavoro svolto da parte del datore di lavoro.

Quello che pensa il Governo, seppure con sfumature diverse tra M5s e Pd, è che riaffidare tutto alla contrattazione singola tra il datore di lavoro e il lavoratore può generare disfunzioni e problemi nei confronti del secondo. Così la pensano i grillini, che spingono per rimandare tutto alla contratto collettivo nazionale di lavoro, e poi a quello aziendale, in modo da far entrare in campo anche i sindacati e di allargare il tavolo della discussione per arrivare alla concessione e alla gestione dello smart working in favore del lavoratore. La pensano così anche i dem, ma allo stesso tempo non vogliono stravolgere l’impianto della legge 81. Un punto di equilibrio che sta emergendo in queste ore è quello di modificare la legge del 2017 con interventi mirati. Il primo è quello principale e cioè inserire nella legge un rinvio alla contrattazione collettiva nazionale e a quella aziendale. Dovrà essere quello il contesto in cui far maturare le nuove regole su orari, disconnessione e buoni pasto. Un assetto di questo genere coinvolge tutte le parti in campo e permetterebbe di adattare lo smart working alle specificità del lavoro che si svolge. Il secondo intervento dovrebbe riguardare le norme che impattano sulle lavoratrici. L’obiettivo è evitare l’effetto ghetto e in questo senso la direzione di intervento mira a tirare dentro lo smart working anche i coniugi, in linea con quanto fatto per i congedi e per lo smart working durante la pandemia, con le misure legate a entrambi i genitori e non a una singola figura.

Se i contratti saranno la cornice, il Governo comunque punta a non restare estraneo a questa dinamica. Non delegherà tutto a datori di lavoro e ai sindacati. Darà delle indicazioni e alcune potrebbero essere molto vincolanti. Come quella delle quote. Ancora un’ipotesi, ma c’è. In pratica il Governo indicherebbe una percentuale di lavoratori che possono essere messi in smart working. Nel pubblico questo avviene già perché fino al 31 dicembre il lavoro agile è consentito per una quota pari al 50% della platea che può lavorare fuori dall’ufficio. E questa quota salirà al 60% a partire dal prossimo anno, diventando strutturale. Una strada simile potrebbe essere scelta anche per il privato.

Prima ancora della quota, però, bisogna decidere dentro al Governo quando intervenire. E il tempo è un fattore principale. Dal 16 ottobre si ritorna all’accordo individuale e il Pd, come si diceva, non vuole cancellarlo. Anche in caso di un intervento repentino, probabilmente attraverso un emendamento da inserire in un provvedimento all’esame del Parlamento, comunque per rendere prioritaria o comunque alternativa la strada della contrattazione bisognerà aspettare del tempo. Quello che serve appunto per trasferire nei contratti le nuove regole dello smart working. Per molti casi questo tempo potrebbe anche essere brevissimo perché già oggi alcune aziende stanno modulando il lavoro agile con accordi che impattano sulla dimensione del contratto aziendale. In ogni caso la via dell’accordo individuale resterà in campo, non sarà cancellata. Ma l’obiettivo è quella di renderla sempre più residuale, fino a di fatto sostituirla con lo schema della contrattazione.

Anche il pubblico si muove. Parte già da un lavoro avviato dalla ministra Fabiana Dadone, quello delle quote del 50% e del 60 per cento. Ma presto arriveranno nuove linee guida e si rimanderà anche qui alla contrattazione collettiva per creare una cornice di accompagnamento. Il principio base, però, non verrà inficiato: resterà quello dell’autonomia delle amministrazioni sui Pola, i piani organizzativi del lavoro agile che saranno in mano ai dirigenti a partire dal prossimo anno. Saranno i dirigenti a decidere chi potrà fare lo smart working, le rotazioni, ma anche a evitare fenomeni incresciosi come l’isolamento del lavoratore. Il ministero accompagnerà questo processo con le linee guida, che conteranno anche un indirizzo su temi sensibili come quello dei dati. La ministra ne fa una questione anche, se non soprattutto, culturale: “Il vero smart working, agile e flessibile - dice a Huffpost - sarà strumento importante per cambiare l’approccio culturale di una parte del pubblico impiego, soprattutto della dirigenza, e ci aiuterà a passare dalla logica dell’adempimento a quella del risultato. Sarà un mezzo di grande utilità per stanare i pochi fannulloni della Pa, perché quando ogni giorno o ogni settimana hai degli obiettivi da raggiungere, non puoi stare a poltrire. Siamo sicuri che, a regime, genererà un aumento di produttività, proprio come accaduto nel privato, a beneficio di servizi migliori per i cittadini e le imprese”.

Girano già le prime stime dell’impatto di questo cambio di approccio nel pubblico. Oggi la Pa conta 3,2 milioni di dipendenti: un milione nella scuola, circa 600mila nella sanità, 150mila ministeriali e gli altri legati agli enti locali. Durante il lockdown hanno lavorato a casa tra 1,5 e 2 milioni. Con il sistema delle quote a regime si arriverà a circa 600-700mila, in pratica almeno uno statale su cinque lavorerà in smart working.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.