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Con le chiusure anti-Covid un salto nel buio per 700mila lavoratori in nero

Giulia Belardelli
·Giornalista, HuffPost
·6 minuto per la lettura
(Photo: simon2579 via Getty Images)
(Photo: simon2579 via Getty Images)

Le misure restrittive imposte dal nuovo Dpcm avranno un impatto pesantissimo sul lavoro sommerso. Chi lavorava in nero nel settore della ristorazione – un esercito di cuochi, camerieri, lavapiatti, tuttofare – si ritrova ancora una volta senza entrate, fatta salva la promessa del governo di inserire in Gazzetta già domani un’ulteriore mensilità del reddito d’emergenza. Ma l’extrema ratio - pensata per chi non ha accesso ad altre misure di sostegno al reddito – rischia di essere un palliativo insufficiente di fronte a una situazione che difficilmente rientrerà sotto controllo nel giro di un mese.

Più che di timide speranze, è una strada lastricata di disperazione e rabbia quella che separa questa fine d’ottobre dal periodo natalizio, tipicamente un po’ più generoso verso chi si arrangia nel sommerso. Cercare numeri e dati precisi è già un’utopia. Quando si parla di lavoro in nero - come quando si parla di povertà estrema, senzatetto, migranti irregolari - bisogna accontentarsi di stime che si immaginano essere per lo più per difetto. Secondo le stime dell’Istat, in Italia ci sono circa 3,3 milioni di lavoratori irregolari. Nel 2018 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si è attestato a poco più di 211 miliardi di euro, pari all’11,9%.

Emilio Reyneri, professore emerito di Sociologia del lavoro all’Università di Milano Bicocca, commenta con HuffPost l’impatto delle nuove misure sui lavoratori irregolari, con particolare riferimento a quel 20% che opera – o operava – nei settori alloggio, ristorazione e commercio di strada. Parliamo di quasi 700mila persone, un gruppo inferiore soltanto al lavoro domestico.

“Le nuove chiusure colpiscono soprattutto i lavoratori irregolari di bar, ristoranti, piccoli alberghi, commercio di strada. Queste persone perdono il lavoro e non hanno nessun tipo di paracadute. Il reddito di emergenza – sul cui funzionamento non abbiamo ancora dati ufficiali – era stato pensato appositamente per loro”. Il guaio è che l’emergenza si allunga, e con essa la lista delle persone che scivolano nella povertà estrema.

“I lavoratori in nero della ristorazione sono spaventati perché non vedono una prospettiva, dopo l’esperienza devastante del primo lockdown”, afferma Reyneri. “La nuova chiusura, a pochi mesi dalla precedente, è un salto nel buio”. Non credono alla deadline del 25 novembre e tanto meno alla favola del Natale sereno: davanti a sé vedono solo il baratro. “Sono coloro che ovviamente non possono ricorrere alla cassa integrazione di nessun tipo”. A questi bisogna aggiungere la schiera dei lavoratori in nero nelle attività artistiche e del divertimento, che sono state completamente azzerate: secondo le ultime stime, tra sagre, fiere, manifestazioni, etc, i lavoratori in nero solo oltre 250mila.

Tra i Paesi dell’Europa occidentale, l’Italia, con i suoi oltre 3 milioni di lavoratori in nero, è in cima alla classifica del sommerso. Solo la Grecia e i Paesi dell’est sono messi peggio di noi. “È un vulnus del nostro Paese che ora paghiamo a caro prezzo – osserva Reyneri – Gli interventi tipo cassa integrazione sono scattati in tutti i Paesi europei. Sure è un programma dedicato appositamente a costoro: è legato o all’indennità di disoccupazione o, soprattutto, alla riduzione d’orario e alla sospensione dal lavoro a zero ore. Non ci sono programmi o fondi europei dedicati al lavoro sommerso, un fenomeno che si vorrebbe eradicare ma che non può essere ignorato, come dimostra la disperazione e la rabbia che si alzano dalle città italiane”.

Al di là delle strumentalizzazioni politiche, ci sono pochi dubbi sul fatto che le proteste dei giorni scorsi (a Napoli e altrove) riflettono anche un problema strutturale. Il rapporto della Caritas sulla povertà nel 2020 - intitolato “Gli anticorpi della solidarietà” – ne è lo specchio: i nuovi poveri che nel 2020 si sono presentati per la prima volta ai centri di ascolto sono passati dal 31% al 45%. Significa che quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas in parrocchia non si era mai vista. E sempre di più sono famiglie italiane con minori, donne, giovani che dal precariato sono passati alla disoccupazione. Dai monitoraggi effettuati con tutte le Caritas diocesane durante e immediatamente dopo il lockdown e nei mesi estivi, si registra un incremento del 12,7% del numero di persone seguite nel 2020 rispetto allo scorso anno. Il record degli assistiti resta quello dei giorni della lunga chiusura, 450 mila persone tra marzo e maggio, con un calo in estate. Con le nuove chiusure sia Caritas che Croce Rossa Italiana si attendono una nuova impennata delle richieste d’aiuto.

Quando a fine marzo il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano auspicò aiuti anche per i lavoratori in nero, le opposizioni gridarono allo scandalo, accusandolo di “indulgenza verso il sommerso”. Poi è arrivato il reddito di emergenza - un’indennità di 400 euro, aumentata in base ai componenti del nucleo familiare fino a un massimo di 800 – accompagnato da un allargamento delle maglie del reddito di cittadinanza. Ma in tutti i casi si tratta di misure limitate nel tempo e che per essere attivate richiedono un minimo di dimestichezza per orientarsi tra le sigle (RdC, REM, ISEE e SPID, solo per citarne qualcuna) e presentare domanda all’Inps. Anche su questo pesano le differenze regionali nell’accesso all’assistenza fiscale o più banalmente tecnologica.

Più in generale, è la vecchia storia del Mezzogiorno destinato a soffrire di più per le chiusure a trovare una triste conferma nel diverso peso del sommerso. “Il lavoro nero – sottolinea il professore emerito della Bicocca - è presente diffusamente da Nord a Sud, ma con una differenza fondamentale: nelle Regioni del Nord si affianca al lavoro regolare; al Sud, soprattutto in alcuni contesti, c’è quasi solo il sommerso.” Non solo: cambia l’identikit delle persone che lavorano in nero. “Mentre nel Nord, in linea di massima, il ‘capofamiglia’ riesce a ottenere il lavoro regolare e nel nero ci restano, purtroppo, le donne, i giovani e i pensionati, nel Mezzogiorno molto più spesso sono i capofamiglia a lavorare nel sommerso: quell’entrata in nero è in molti casi la principale fonte di sostentamento per l’intero nucleo familiare”. Un discorso che può non piacere o essere additato di stereotipi, ma che riflette, seppur in maniera sfocata, la struttura economico-sociale di una parte del Paese. Se è vero che “essere visti” è uno dei bisogni primari dell’essere umano, forse è bene ricordare che i vari professionisti del disordine - da Forza Nuova ai clan, alle frange più estreme degli antagonisti - la rabbia la sanno vedere e alimentare benissimo.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.