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"Sono pochi i dipendenti No Pass ma uno vale cento". L'allarme delle piccole imprese venete

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baker ordering meringue pies on the metal shelf (Photo: faustino  carmona guerrero via Getty Images)
baker ordering meringue pies on the metal shelf (Photo: faustino carmona guerrero via Getty Images)

Le telefonate raggiungono i vertici delle associazioni delle imprese venete una dopo l’altra. Sono telefonate di apprensione per quello che potrebbe succedere venerdì, quando chi andrà a lavorare sarà obbligato a esibire il green pass. C’è una telefonata, tra le tante, che spiega bene perché anche il Veneto, con 8 milioni di dosi di vaccino anti Covid somministrate a fronte di 590mila no vax, non può tirarsi fuori dall’incognita del nuovo corso del lavoro che durerà almeno fino a fine anno. Alle tre del pomeriggio Gianluca Dall’Aglio, vicepresidente di Confartigianato Padova, chiama il numero uno dell’associazione regionale Roberto Boschetto. I due parlano di un’azienda della moda di alto livello del padovano che si ritrova a gestire la decisione di un lavoratore: farà due tamponi a settimana per lavorare dal lunedì al giovedì. Il venerdì, invece, non è disposto a pagarsi un altro test per un giorno solo dato che sabato l’azienda è chiusa. E quindi non andrà a lavorare. Non è il solo che ha deciso di organizzarsi in autonomia e quella dove è impiegato non è la sola azienda che deve fare fronte a queste scelte unilaterali.

Fosse stata un’impresa numerosa, con i lavoratori alternati in turni, l’impatto della decisione del lavoratore del padovano sarebbe stato decisamente più tenue. Insomma fuori lui, dentro il collega con la certificazione verde, magari al massimo rimescolando i turni. Qui si parla di un’azienda piccola. I piccoli, nel Veneto artigianale, sono tanti: 128mila imprese, più di 300mila dipendenti. Ma tutti condividono lo stesso rischio, cioè ritrovarsi sguarniti, con un danno conseguente in termini di produzione e quindi di fatturato. E questo perché un’azienda dell’artigianato impiega in media 10 lavoratori. Lo spiega bene Boschetto: “Un lavoratore che non vuole fare il vaccino ce l’abbiamo tutti. Sono pochi in termini assoluti, ma per noi uno vale cento perché abbiamo pochi dipendenti e ognuno ha una funzione strategica. Se quel lavoratore sta a casa ho un deficit che non vale il 10%, ma il 30-40% perché ha una mansione specifica, non sostituibile. Così come si fa a stare al passo con gli ordini e con l’organizzazione aziendale?”.

Fino a qualche giorno fa in pochi in Veneto parlavano del rischio di arrivare impreparati al 15 ottobre. Ma quando sabato scorso il governatore Luca Zaia ha sollevato la questione, più di un imprenditore ha iniziato a condividerne la tesi di fondo. E cioè che il Veneto è arrivato sì a quota 8,8 milioni di green pass (5,7 milioni per vaccinazione, 1,9 milioni per tampone rapido, 882mila per tampone molecolare e 182mila per guarigione dal Covid). Ma c’è anche la metà dei 590mila no vax che lavora. Assicurare un tampone ogni 48 ore a tutti questi lavoratori è impossibile. La capacità massima è di circa 61mila tamponi al giorno per i positivi e per i contatti più stretti, insufficienti per garantire la platea, seppure potenziale, di chi dovrà ricorrere al test ogni due giorni per ottenere il green pass e entrare in fabbrica. A tre giorni dall’entrata in vigore dell’obbligo, l’allarme di Zaia si è stratificato tra gli imprenditori. Dice sempre il presidente di Confartigianato Veneto: “Arrivano telefonate da tutte le province del Veneto e tutte manifestano preoccupazione”. Il rappresentante dell’associazione territoriale si fa portavoce anche di un altro timore che arriva dalle imprese: e cioè che i controlli possano sfuggire di mano. L’esempio che rimbalza maggiormente è quello dell’edilizia: tre lavoratori vanno in un cantiere, altri due in un altro. Chi controlla se hanno il green pass? L’imprenditore solitamente non gira per tutti i cantieri tutti i giorni. “Il vaccino - dice ancora Boschetto - è la soluzione migliore, ma ci vorrebbero anche dei tamponi da trovare facilmente e a un costo più basso rispetto ai 15 euro fissati per legge”.

I tamponi. Gli imprenditori veneti, in questo allineati perfettamente al sentiment dei colleghi delle altre Regioni, non vogliono assolutamente farli diventare un alibi per far saltare la strategia del green pass. Eugenio Calearo Ciman, imprenditore di terza generazione nell’azienda di famiglia Calearo Antenne, lo dice chiaramente: “Il punto che deve essere mantenuto venerdì, quando scatterà l’obbligo, è che se uno non si vuole vaccinare deve pagarsi il tampone. Altrimenti diventa una forma di egoismo, un appoggiarsi sulla buona volontà e sulla responsabilità degli altri. Forse qualcuno dimentica i momenti duri che abbiamo passato negli ultimi venti mesi”.

Ma come altri imprenditori, anche Calearo Ciman non nasconde la preoccupazione: “Con l’avvicinarsi della data fatidica rischiamo di incontrare un po’ di confusione: un conto è un’azienda di dimensioni medio-grandi, un’altra sono le realtà più piccole. Se il cuoco di un ristorante non si vuole vaccinare e non si vuole pagare il tampone, trovare una sostituzione sarà molto complicato”. Nelle aziende di Ciman dislocate in tutta Italia lavorano 200 dipendenti. Fino a qualche settimana fa 40 di loro, il 20%, non aveva il green pass. “Vedremo come gestire la situazione - spiega l’ex presidente dei giovani industriali veneti - ma ribadisco che né l’impresa né il Governo dovranno pagare i tamponi”. Ma prima di quello che si potrà fare se la macchina dei certificati verdi dovesse incepparsi, c’è l’incertezza su quello che potrà succedere. “Anche parlando con professionisti e consulenti esperti su questa materia - dice ancora Calearo Ciman - si evince un grande punto di domanda, uno stato di incertezza anche su come si gestirà il tutto”.

Ancora più netto è Giordano Riello. “C’è preoccupazione per gli irriducibili che non vorranno vaccinarsi, ma con assoluta fermezza è giusto dire che l’impresa non si deve piegare in alcun modo a un ricatto che è immorale e che mette a rischio la salute di tutti. Chi non ha il green pass resta a casa senza stipendio”. La situazione è fluida perché fluido è il comportamento dei no vax in vista dell’obbligo del green pass per lavorare. L’azienda di Riello, la Aermec, può contare sul 95% dei lavoratori vaccinati in provincia di Verona, ma in Trentino la percentuale cala al 70 per cento. “C’è una predisposizione differente rispetto alla responsabilità vaccinale”, spiega l’imprenditore veneto che si aspetta “una forzatura” da parte di alcuni lavoratori. “Ma - ribadisce - gli imprenditori devono restare uniti e non prestare il fianco. Veniamo da una pandemia, non da un raffreddore, non dobbiamo scendere a ricatti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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