Cibo e finanza: una relazione pericolosa

L’ingresso delle materie prime alimentari nel mercato finanziario rischia di far salire a dismisura il prezzo dei beni di sussistenza

Quanto costa avere fame? Dipende, fondamentalmente dal guadagno che la fame di qualcuno causa ad altri. Forse questo è un modo un po’ brutale per spiegare in cosa consiste la speculazione finanziaria sui beni alimentari, ma, nel concreto, non si allontana molto dalla realtà.

Il principio alla base del prezzo del cibo, infatti, da ormai 20 anni non dipende più da culture, carestie, raccolti o alluvioni, ma viene deciso in uffici lontani migliaia di chilometri da campi e allevamenti e dai broker che investono sui fondi a cui appartengono i “derivati” legati alle culture.

La diffusione di questi strumenti finanziari ha coinciso con un’ascesa storica delle quotazioni delle materie prime agricole. L’indice del Fmi specializzato su questi prodotti è cresciuto vertiginosamente dal 2002, quando valeva solo 75 punti, fino a passare ai 191 del 2011. Allo stesso modo è rapidamente cresciuto un altro indice di riferimento: il FaoFoodi arrivato, lo scorso febbraio, a 215 punti: il 140% in più rispetto al 2000.

L’investimento speculativo in materie prime ha cominciato a diventare popolare quando la banca d’affari americana Goldman Sachs ha aperto il segmento a fondi pensione, assicurazioni e investitori retail con l’intenzione dichiarata di evitare il rischio di scarsità e di offrire un asset migliorato dal legame con le Borse. Il business ha preso piede passando dai 2.000 miliardi investiti nel 2002 ai 20mila del 2008. 

E' stato dunque l’instaurarsi di questo forte legame di interdipendenza tra materie prime alimentari e borse mondiali, interessate a gestirne il prezzo, una delle ragioni, se non la principale, che si cela dietro le oscillazioni del valore del cibo che dalla fine del 2007 influiscono sull’alimentazione mondiale causando periodiche “carestie” artificiali.

“Alla fine del 2008 il 70% del valore del cibo veniva deciso a livello finanziario, il 30 % dai produttori diretti - ha spiegato nel corso di una recente intervista Michael Greenberger, ex direttore della divisione mercati di CFTC - ma recenti report stimano che a oggi l’85% è deciso dalle borse e solo il 15% dai produttori: questo significa che il mercato e i flussi di merci dipendono da persone che non hanno nessun reale interesse ai criteri di domanda e offerta, ma che si limitano a trarre vantaggio dalle “scommesse” fatte a Wall Street sul fatto che i prezzi salgano o scendano, e di conseguenza sul fatto che le derrate siano o meno accessibili e disponibili”.

Dunque sono i broker a decidere il pezzo del grano o del latte, e non i produttori. Ma non solo. Esistono altri fattori che influiscono sul caro–cibo e rendono il settore singolarmente volatile: i cambiamenti climatici, il cambio di abitudini alimentari, il cambio del modo di coltivare oppure la sostituzione di campi coltivati a generi alimentari con altri coltivati con sistemi biofuel. Tutto questo fa temere, anche a chi non si occupa di cibo ma solo di finanza, che sia concreto il rischio che si tratti di una nuova bolla finanziaria, il cui scoppio potrebbe avere devastanti conseguenze. Sull’economia ma non solo.